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  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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  • «Limitarsi a vivere non è abbastanza. C’è bisogno anche del sole, della libertà e di un piccolo fiore.» (Hans Christian Andersen)
  • L'uomo ha bisogno delle favole. Il fascino dei racconti fantastici che lo seduce in millenni, ha il potere di riportarlo alla normalità.... camminando a braccetto con Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco, può ritrovare l'identità' perduta e capire meglio la realtà della vita" R. Battaglia
  • Senza la fantasia, senza la capacità di sognare, senza la poesia, siamo solo degli uomini. Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare o perlomeno sollevarci da terra quel tanto che basta per sentirci qualcosa di più.

  • Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Talmud ebraico
  • Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. A. Baricco
  • I bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare. Francoise Dolto

Io ti vorrei bastare 

“Io te vurria vasà – sospira la canzone,ma prima e più di questo io ti vorrei bastare

come la gola al canto e come il coltello al pane

come la fede al santo io ti vorrei bastare.

E nessun altro abbraccio potessi tu cercare

in nessun altro odore addormentare,

io ti vorrei bastare.

Io te vurria vasà – insiste la canzone,

ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare,

più del fiato in salita,

più di neve a Natale,

più di benda su ferita,

più di farina e sale.

E nessun altro abbraccio potessi tu cercare in nessun altro odore addormentare.

Io ti vorrei bastare.”

( Erri De Luca)

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non innamorarti mai

Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive…
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.

(Martha Rivera Garrido – Santo Domingo – 19 Gennaio 1960)

Che fine ha fatto la poesia?

CHE FINE HA FATTO LA POESIA?

SOL
Che fine ha fatto la poesia
LAm
la cerco e non la trovo
DO
mi sa che è andata via
RE                               SOL
chissà se tornerà di nuovo
MIm                          SIm                                  LAm
più mi guardo intorno e più mi rendo conto che non c’ è
DO                       RE                     SOL          RE7
quel che rimane degli umani mi fa sospettare che…

forse si è offesa la poesia
ed è per questo che non parla
scioccata dalle luci di una macchina tamarra
terrorizzata dalle donne con borsetta, tacco alto e sigaretta
cockteil in mano, vestito buono e dai cervelli nient’ altro ci si aspetta

Che fine hai fatto mia poesia?
forse sei sola e piangi
dentro una tabbaccheria
perchè hai perso al gratta e vinci
forse sei al supermercato tra milioni di scaffali
DO                           RE                      SOL        MI7
a buttare in un carrello tante gioie che stanno per scadere

LA
Che fine ha fatto la poesia
SIm
forse è in un vicolo e si droga
RE
o forse è dentro un bar e gioca
MI                                LA
con un videopoker che non paga
FA#m                                     DO#m             SIm
forse ubriaca che barcolla tra le strade di un paesino
RE                           MI                              LA    FA#7
forse si è sciolta nella sincerità di due litri di vino

SI
Che fine ha fatto la poesia?
DO#m
Forse è andata verso il mare
MI                          FA#                                      SI
quindi se è morta è colpa mia che non gli ho insegnato mai a nuotare
SOL#m                         RE#m                             DO#m
in questo mare di parole, di persone, di opinioni lei nuotava
MI                                                FA#                                SI
ed è annegata coi suoi versi e tutti gli altri l’ han lasciata li che urlava

DO#
ti prego torna mia poesia
RE#m
ti prego guardami negli occhi
FA#
guarda che malinconia
SOL#                          DO#
da quando non mi tocchi
SIbm                               FAm                 RE#m
qui non mi scuote niente, non mi stimola nessuno,
FA#                    SOL#                         DO#
quanta fame di te, da troppo tempo sto a digiuno.

Davide Di Rosolini i miei complimenti!

Educare

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E quando parlerai di educare, non dimenticare che è sempre all’autonomia.
Perchè come per ogni essere vivente, educare è far crescere sulle proprie radici.
E non dimenticare neppure che educare sarà sempre alla libertà.
Educare è indicare una strada, mostrare dei punti di riferimento e lasciar partire… E da parte tua lasciar cadere l’illusione che sarà la medesima strada percorsa da te.
Come per un gabbiano, educare vorrà dire dare energia e coraggio e lanciarlo nel cielo. Senza pensare di essere il solo a educarlo, perchè l’aria e il suo coraggio lassù sosterranno il suo volo.
Non potrai formare esseri liberi se non donando libertà. E solamente vivendo il rischio della responsabilità ne farai esseri responsabili.
Stare in piedi, camminare. Aprire la bocca e parlare, esprimersi. Saranno queste per un bambino le esperienze necessarie per diventare pure lui uomo come te.
Ma da ciò riconoscerai domani il suo valore di adulto: la solidità di stare in piedi da solo e una parola aperta, che non si nutra di ambiguità.
Educare è educare alla differenza. E il primo a comprenderlo sarai proprio tu.
Come una madre vedrai l’altro diventare grande e ogni giorno di più allontanarsi da te, differente.
Educare sarà accompagnarlo per mano, ma poi seguirlo soltanto con lo sguardo… sarà farsi vicino per poi porre fra di voi una distanza, che tuttavia vi legherà diversamente. E per sempre.
Educare è costruire un essere umano. E aiutarlo ad amare cio’ che è differente, piuttosto che averne paura.
Perche’ sarà solo fra le differenze che vivrete la vostra vita di creature umane.
E mentre il simile non farà che consolidare cio’ che sei, il differente ti interpellerà e ti farà avanzare…
Educare è trasmettere un sapere o una tradizione, per veder sorgere da essa una creatività nuova e diversa: l’avvenire in questo modo prenderà forza in ciò che oggi tu saprai dare.
Ma la libertà di essere differente resterà la tua lezione più grande.

Lentamente muore

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)

 

 

 

canto notturno di un pastore errante dell’asia

(…) se tu parlar sapessi, io chiederei:
– Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.


Il Canto Notturno è un momento chiave per capire lo sviluppo del pensiero e della poesia leopardiana. Leopardi è spinto a considerare , utilizzando la figura di un pastore errante, la costitutiva infelicità dell’intero genere umano e anzi di tutti gli esseri viventi. Nel paesaggio asiatico, desolato e stepposo, sovrastato dalla misteriosa vastità del cielo stellato, un pastore interroga la luna sul perché delle cose e sul senso del destino umano. Ma le sue domande non trovano risposta, e il silenzio del cielo sconfinato gli conferma ciò che già sapeva, cioè che la ragione è insufficiente a comprendere il mistero delle cose e dell’esistenza universale.  Scegliendo una figura umile come protagonista della lirica, Leopardi vuole dimostrare come tutti, ricchi o poveri, intellettuali o analfabeti, si pongono le stesse domande senza risposta sul significato della vita e sull’esistenza del male; anzi, sulle labbra di un semplice pastore questi interrogativi acquistano una forza particolare, che esprime la “radice” comune della condizione umana. Il pastore assimila la propria vita alla corsa affannosa di un vecchio infermo verso la morte. Il pastore immagina che la luna, contemplando dal cielo lo spettacolo della vita terrena, possa vedere ciò che al pastore appare misterioso; la luna , infatti, dovrebbe essere in qualche modo consapevole di ciò che l’uomo ignora. Ma lo sconforto emerge nell’ammissione finale, in cui i dubbi fiduciosi lasciano spazio a una certezza terribile : a me la vita è male. Il pastore si rivolge anche alla sua greggia, che invidia in quanto essa, a differenza dell’uomo, sente la vita solo istante per istante, dimentica subito ogni stento e così non soffre “la noia”. Dunque la vita è semplicemente un male e , quando l’uomo sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo vuol dire che avverte la noia. Infine nella mente del pastore balena una possibile felicità in una condizione di vita diversa, quella degli uccelli, molto diversa dalla sua ma subito a questa immaginazione succede l’idea che in qualsiasi forma o stato la vita è un male.

Troppo meschino sarebbe morire per te

Troppo meschino sarebbe morire per te

Un comune Levantino potrebbe farlo.

Vivere, caro, è più costoso.

Io offro proprio questo.

Morire è un’inezia, dopo,

Ma vivere include

un molteplice morire senza

il sollievo di essere morti.

(Emily Dickinson)