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  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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  • L'uomo ha bisogno delle favole. Il fascino dei racconti fantastici che lo seduce in millenni, ha il potere di riportarlo alla normalità.... camminando a braccetto con Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco, può ritrovare l'identità' perduta e capire meglio la realtà della vita" R. Battaglia
  • Senza la fantasia, senza la capacità di sognare, senza la poesia, siamo solo degli uomini. Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare o perlomeno sollevarci da terra quel tanto che basta per sentirci qualcosa di più.

  • Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Talmud ebraico
  • Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. A. Baricco
  • I bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare. Francoise Dolto

io l’ho sempre pensato e un genio lo ha pure firmato

Se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli delle fiabe; se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più.

Albert Einstein

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Come Cama Leonte diventò verde lilla blu…

Nei tempi dei tempi una certa Cama Leonte si innamorò di tale Porco Spino. Ma per amarsi, bisogna essere in due. Ora Cama Leonte certamente amava Porco Spino; ma quest’ultimo altrettanto certamente non amava Cama Leonte. La povera Cama appena vedeva Porco che se ne andava pacificamente per un prato brucando i cardi selvatici, si precipitava e cosa trovava? Tra i cardi irti di spine, una palla anch’essa irta di spine. Cama, che per quella palla ci stravedeva, allora singhiozzava: “Porco, Porco mio bello, stenditi, apriti, comunica. Te ne prego, te ne supplico, comunica, stenditi, apriti”. Sì, fatica sprecata. Porco Spino che aveva paura del matrimonio, non rispondeva e tanto meno smetteva di fare la palla. Allora la povera Cama se ne andava sconsolata, dicendo tra sé e sé: “Tante spine e niente coraggio!”.

Basta, andò a finire che Cama Leonte, decisa a spuntarla con Porco Spino, andò a trovare O. Racolo, uno stregone vecchio bacucco, molto irascibile e di poche parole, che viveva in fondo ad un bosco, dentro una grotta. O. Racolo, sentito il caso, disse subito, con la sua vociona cavernosa:

“Cama, Cama

t’ama, non t’ama”.

Cama Leonte domandò: “Che vuol dire?”. E O. Racolo:

“Alla margherita

strappa le foglie

al Porco Spino

strappa le spine”.

A farla breve, il rimedio suggerito da O. Racolo era il seguente: avvicinarsi a Porco Spino nel momento in cui faceva la palla, e, come si fa con i petali della margherita, strappargli via via le spine, ripetendo: “M’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama”. Le spine, con quel ritornello, sarebbero venute via con facilità, proprio come i petali della margherita. E Porco Spino non avrebbe più potuto fare la palla. O. Racolo concluse: “Attenta, però, che, dopo, non avrà più spine! E Cama Leonte, alzando le spalle: “E che me ne importa? Mica gli voglio bene per le spine”.

Detto e fatto. Porco Spino va a brucare; Cama Leonte si precipita; Porco Spino fa la palla; Cama Leonte prende a strappargli le spine ripetendo: “M’ama, non m’ama”. Le spine, a quelle parole, vengono via con la massima facilità.

“M’ama, non m’ama”; alla fine , ecco Porco Spino del tutto privo di aculei, nudo come un verme in forma di palla. Allora, vedendo quella palla morbida color rosa confetto, Cama Leonte gridò: “Ma non è lui, non è lui, dovevi dirmelo. O. Racolo, che l’amavo perché aveva le spine, non è più lui e io non l’amo più!”.

O. Racolo disse con severità: “Sotto queste spine c’era il verme. Non lo sapevi questo? Adesso ama il tuo verme e lasciami in pace”.

E Cama Leonte: “Ahimè, ho capito troppo tardi che in realtà l’amavo perché aveva le spine”.

Allora Racolo domandò: “insomma lo vuoi sposare il tuo Porco senza spine, sì o no?”

“Assolutamente, no”.

Arrabbiatissimo, O. Racolo gridò: “E io ti punirò. D’ora in poi, dovunque ti poserai, prenderai il colore della cosa sulla quale ti posi, affinché tutti sappiano che sei una banderuola e cambi idea facilmente e non sei capace di amare nessuno perché via via puoi amare tutti”. Così dicendo, prese la rincorsa e diede un calcio nel sedere a Cama Leonte, scagliandola nel cielo. Ora, aveva piovuto e c’era un magnifico arcobaleno che andava da una parte all’altra dell’orizzonte e Cama Leonte, sbalzata su su fino all’arcobaleno, diventò via via, come aveva detto O. racolo, rossa, verde, azzurra, gialla, blu, lilla, bianca, marrone e così via e così via. Poi andò a cadere su un ramo di mimosa e diventò verde a palline gialle; dalla mimosa capitombolò su un roseto e si fece rosso fuoco; dal roseto atterrò su un’aiuola di panzé ed eccolo viola con tante screziature d’oro.

Da allora Porco Spino è diventato Porco ma senza spine, cioè il nostro comune maialetto. Ma i suoi fratelli porcospini hanno gli aculei e fanno la palla.

Quanto al camaleonte, bravo chi lo trova; perché prende il colore della cosa su cui sta posato e, per così dire, diventa invisibile. Per esempio, potrebbe essersi posato sui tuoi capelli e averne preso il colore e tu non te ne accorgi perché non lo vedi. A proposito, che colore hanno i tuoi capelli? Sono biondi? Neri? Castani? Rossi?

C’era una volta… e oggi che c’è?

Buongiorno a tutti lettori de La mia Tata, come state? Ho sentito alla radio delle temperature bollenti che stanno deliziando la nostra penisola, in particolar modo gli oltre 40gradi centigradi del nord italia… Se può consolarvi anche qui in Sicilia il sole picchia forte… Domani costumino e bagnetto è assolutamente d’obbligo! Allora, oggi è venerdì, e, come i venerdì di un tempo, vorrei proporvi una fiaba. Non il solito C’era una volta… non la favola conosciuta in mezzo mondo, non la favola del noto autore ma una favola conosciuta a pochi, forse nessuno, di un giovane autore contemporaneo, sarebbe più opportuno quindi rinominare almeno per oggi il “C’era una volta” in “Oggi che c’è?”. Fate finta che sia un esperimento, vi piacerà? vorrete leggerne altre? I commenti li lascio a voi! Buona Lettura, Sarah

L’orso Bruno

C’era una volta tanto tempo fa, in una valle sempre illuminata dal sole del Trentino, un piccolo orso di nome Bruno.

Bruno era nato in primavera, quando il bosco e tutti i suoi abitanti sembrano risvegliarsi dal profondo sonno invernale, quando il mondo intero sembra essere più partecipe alla vita stessa. Tutto era nuovo per il giovane orsetto e tutto suscitava in lui enorme curiosità. Si avvicinava senza timore a qualsiasi essere gli capitava sott’occhi. Ammirava le aquile, così maestose e regali, le api, laboriose e serie, gli scoiattoli, così simpatici e festosi.

Ma, appena il tempo di qualche amicizia, che già era di nuovo in partenza…

La famiglia di Bruno, infatti, era in continuo movimento, si spostava miglia e miglia, senza sosta e senza spiegazioni. “Bisogna camminare”, diceva la mamma, e così, eccoli in marcia, giorno dopo giorno, per quella piccola valle illuminata dal sole.

Il continuo spostamento a Bruno non dava fastidio: posto nuovo nuove scoperte, pensava. Inoltre poiché la valle d’origine di Bruno era davvero piccolina, gira che ti rigira capitava che il lunedì e il martedì si trovavano sulla cima Rossa, il mercoledì e il giovedì sulla cima Gialla e il venerdì, il sabato e la domenica sulla cima Bianca che tra l’altro era la sua preferita. Il nome di questa cima, cima Bianca appunto, come tutto ciò che è proprio della montagna, non era affatto casuale. Si chiamava Bianca per il manto di neve che d’inverno la ricopriva, un biancore unico e splendente, una visione straordinaria. Si chiamava Bianca anche per i candidi Bucaneve, piccoli e delicati fiori che in primavera decoravano le rocciose pareti, e Bianca era detta anche per i sassi lucenti adagiati vicino ai ruscelli, che scorrevano timidi e leggeri d’estate.

Bruno da bravo orso aveva un profondo rispetto per la montagna, per lui era più che la semplice terra della sopravvivenza o la terra natià. Era un’amica.

Non provava vergogna per quanto orso e ormai anche di grandi dimensioni a sedersi sopra una roccia allo spuntar della luna e dedicare alla sua amata montagna poesie e versi di autori imparati a scuola. Eh si, anche il nostro buon orsetto era andato a scuola. Da maestro Gufo, e poi a casa, con la mamma. Insisteva tanto affinché Bruno sapesse leggere, scrivere e fare di conto… Chissà a cosa servivano tutte quelle cose. Lui preferiva centomila volte di più andar nei boschi, raccogliere profumatissimi funghi e frutti deliziosi, o ancora, il preziosissimo e dolcissimo miele.

E più ancora giocare. Giocare era per Bruno il massimo che un orso potesse chiedere alla vita: nascondino, acchiapparello, il salto della corda, le capriole in aria. Ma, sopra ogni cosa, amava sciare. Sciare era dimostrare all’umanità intera che anche un orso, tipo goffo per antonomasia, potesse avere grandi successi e soddisfazioni proprio grazie al suo fisico. Sciare era come volare, non pesare più 300 kg ma essere leggero come una piuma e veloce come un fulmine.

Era talmente bravo a sciare da vincere tutte le medaglie in circolazione. Aveva partecipato ad ogni torneo, ad ogni manifestazione e ad ogni gara portando a casa tante medaglie, tante coppe e soprattutto tanto successo.

Bruno e i suoi sci erano conosciuti ovunque. E più il tempo passava più la sua passione aumentava, più la sua abilità veniva affinata… Non c’era premio che non fosse stato vinto da Bruno. E poiché ognuno deve far virtù di ciò che sa fare, quando divenne un orso adulto, e gli venne posta la fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande” immediata fu la risposta: “il maestro di sci”.

Quella di Bruno fu la prima -Scuola Sci- per gli animali del bosco. Avrebbe insegnato a chiunque avesse voluto avvicinarsi a tale disciplina e le lezioni sarebbero state gratuite. Per tutti. Il divertimento, quello vero, sosteneva Bruno, non deve essere pagato se non con la soddisfazione di aver bene insegnato…

Era un bravo insegnante il nostro Orso. Non insegnava solo a sciare, non era quella la cosa più importante per essere un bravo insegnante. Le sue lezioni, a qualsiasi ora del giorno e della notte, vertevano su ogni aspetto della vita montanara e lo sci, logicamente, era una di quelle. Bruno insegnava le meraviglie della natura, i segreti delle montagne di tutta la valle e siccome era un orso che aveva girato parecchio, di cose da raccontare non gliene mancavano mai…

Molti alunni ebbero la fortuna di ricevere i preziosi insegnamenti e consigli del meastro Bruno, l’Orso della valle piena di sole. Di lui se ne parlò tanto che giunsero animali da ogni parte del mondo e quando fu il tempo che la montagna lo richiamò a sé, a lui, fu dedicata la pista da sci più bella della montagna, cha ancora oggi si chiama “Orso Bruno”, nella sua piccola valle sempre illuminata dal sole che prese nome di “Val di Sole” e se credete che questa sia solo una storia andate in Trentino e controllate voi stessi.

Foto Val di Sole – Trentino

La vecchina

C’era una volta un Re molto giovane, che voleva prender moglie, ma voleva sposare la più bella ragazza del mondo. – E se non è di sangue reale? – gli domandarono i ministri. – Non me n’importa nulla. – Allora sappiate, Maestà, che la più bella ragazza del mondo è la figliuola di un ciaba. Ma il popolo, che è maligno,  potrebbe chiamarla: la regina Ciabatta… Maestà, non sta bene: rifletteteci meglio. Il Re rispose: – La figliuola del ciaba è la più bella ragazza del mondo? La figliuola del ciaba sarà dunque mia sposa e Regina. Andrò a vederla senza farmi conoscere; partirò domani. Ordinò che gli si sellasse uno dei suoi cavalli, e, accompagnato da un solo servitore, s’incamminò per quel paese, dove il ciaba abitava. Per via incontrarono una vecchia che domandava l’elemosina: – Fate la carità! Fate la carità! Il Re non se ne dava per inteso. La vecchina arrancava dietro il cavallo. – Fate la carità! Fate la carità! Il cavallo del Re s’adombrò, e urtò la vecchina che cadde per terra. Il Re, senza punto curarsene, tirò innanzi; ma il servitore, impietosito, scese da cavallo, la sollevò, e visto che non s’era fatta nulla di male, cavò di tasca le poche monete che aveva e gliele mise in mano: – Vecchina mia, non ho altro. – Grazie, figliuolo; si vede il buon cuore. Accetta in ricambio questo anellino e portalo al dito; sarà la tua fortuna. Arrivati in quel paese, il Re accompagnato dal servitore passò e ripassò davanti la bottega del ciaba,

finché non gli riuscì di vedere la bella ragazza, che era la più bella del mondo. Rimase abbagliato! E, senza por tempo in mezzo, disse al ciaba: – Io sono il Re: vo’ la tua figliuola per moglie. – Maestà, c’è un intoppo. La mia figliuola ha una malìa: chi le parlerà la prima volta e le farà provare una puntura al dito mignolo, quello dovrà essere il suo sposo. Possiamo provare. Il Re a questa notizia rimase un po’ turbato; ma poi pensò: – Se questa malìa è la sua buona sorte, costei dev’essere destinata a sposare un regnante. E tutto allegro, disse al ciaba: – Proviamo. Il ciaba chiamò la figliuola, senza dirle del Re; e come questi se la vide dinanzi, restò più abbagliato di prima. – Buon giorno, bella ragazza. – Buon giorno, signore. Lei non sapeva nulla della malìa. Suo padre, che sarebbe stato felice di vederla Regina, le domandò: – Non ti senti nulla? – Nulla. Che cosa dovrei sentirmi? Il povero Re, gli parve di morire a quella risposta. E stava per andarsene zitto zitto; quando il servitore, ch’era rimasto in un canto, credette opportuno di dire sottovoce alla ragazza: – Badate, è Sua Maestà! – Ahi! Ahi! Ahi! La ragazza si sentiva un’atroce puntura al dito mignolo, e scoteva la mano: – Ahi! Ahi! Ahi! Figuriamoci il viso del Re, come capì che quella ragazza, la più bella del mondo, era destinata a quel tanghero del suo servitore! Prese in disparte il ciaba e gli disse: – Lascia fare a me; la tua figliuola sarà Regina. Tornato al palazzo reale, chiamò il servitore: – Prima che tu sposi la figliuola del ciaba, devi rendermi un servigio: mi fido soltanto di te. Portami questa lettera al Re di Spagna, e attendi la risposta; ma nessuno deve sapere dove tu vada e perché. – Maestà, sarà fatto. Prese la lettera e partì. A metà di strada incontrò quella vecchina: – Dove vai, figliuolo mio? – Dove mi portan le gambe. – Ah, poverino! Tu non sai quel che ti aspetta. Quella lettera è un tradimento! Se tu la presenti al Re, sarai subito ammazzato. Portagli questa, invece: farà un altro effetto. Allora lui prese la lettera della vecchina, e quella del Re la buttò via. Ringraziò e proseguì il viaggio. Era già passato un anno, e non si era saputo più nuova di lui. Il Re tornò dal ciaba, e disse alla ragazza: – Quell’uomo dev’essere morto: è già passato un anno e non si sa nuova di lui. Il meglio che possiamo fare è lo sposarci noialtri. – Maestà, come voi volete. Il Re fece i preparativi delle nozze, e quando fu quel giorno, andò insieme coi ministri a rilevare la sposa con la carrozza di gala. In casa del ciaba trovarono una granata ritta in mezzo alla stanza, e il Re disse ai ministri: – Ecco Sua Maestà la Regina! I ministri, stupefatti, si guardarono in viso senza osar di rispondere. – Maestà, è una granata! Il Re in quella granata ci vedeva la figliuola del ciaba, la più bella ragazza del mondo; e, presala pel manico (lui credeva di prenderla per la mano) la portò in carrozza e cominciò a dirle tante belle cose. I ministri  erano costernati  e si  sussurravano nell’orecchio: – Che disgrazia! Il Re è ammattito! Il Re è ammattito! Però, prima di arrivare in città, dove il popolo aspettava l’entrata della Regina, si fecero coraggio; e uno di loro gli disse: – Maestà, perdonate!… Ma questa qui è una granata! Il Re montò sulle furie; la prese per un’offesa alla Regina. Fece fermar la carrozza e ordinò ai soldati che legassero quell’impertinente alla coda di un cavallo, e così lo trascinassero fino al palazzo reale. Gli altri, vista la mala parata, stettero zitti. E il Re, giunto al palazzo reale, si affacciò alla finestra per mostrare al popolo la Regina: – Ecco la vostra Regina! Non avea finito di dirlo, che gli cadde come una benda dagli occhi e si vide lì, colla granata in mano, mentre tutto il popolo rideva, perché Sua Maestà pareva proprio uno spazzino. Con chi prendersela? La colpa era della sua cattiva stella, e di quella malìa della ragazza! Ma intanto s’incaponiva di più nel volerla per moglie. Il servitore tornò sano e salvo, colmo di regali. – Che rispose il Re di Spagna? – Maestà, il Re di Spagna rispose: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. Il Re fece finta di esserne contento, ma chiamò un Mago e gli raccontò ogni cosa: – Come va questa faccenda? – Maestà, la faccenda è piana. Quell’uomo possiede l’anello incantato della fata Regina, e finché lo avrà al dito,  non vi sbarazzerete di lui.  Bisogna trovare un’astuzia per portargli via quell’anello: la forza non vale. Pensa e ripensa, un giorno il Re, visto che il suo servitore era tutto sudato dal gran lavorare che aveva fatto: – Vien qua, – gli disse – vo’ darti un bicchiere del mio vino; te lo meriti. Quel vino era conciato coll’oppio, e il pover’uomo non l’ebbe bevuto, che cadde in un profondissimo sonno. Sua Maestà gli cavò l’anello dal dito, se lo mise nel suo, e così andò a presentarsi alla figliuola del ciaba: – Buon giorno, bella ragazza! La ragazza sentiva un’atroce puntura al dito mignolo e scuoteva la mano! – Ahi! Ahi! Ahi! Ora la cosa andava bene, e il Re ordinò di bel nuovo i preparativi per le nozze. E quando fu quel giorno, andò a rilevare la sposa colla carrozza di gala. Giunti al palazzo reale, disse alla Regina: – Maestà, questo è il vostro appartamento. Ma, poco dopo, quando il Re volle andare a vederla, gira di qua, gira di là, non trovava l’uscio e vedeva scritto sui muri: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. La Regina veniva ai ricevimenti di corte, veniva nella sala da pranzo dove c’erano molti invitati; poi si ritirava nel suo appartamento. Il Re voleva andare a vederla; ma, gira di qua, gira di là, non trovava mai l’uscio e vedeva sempre scritto sui muri: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. Si disperava, ma non diceva nulla a nessuno; non volea sentirsi canzonare. Quelpover’uomo del servitore, dopo un sonno di due giorni, appena aperti gli occhi, si era subito accorto che gli era stato rubato l’anello, ed era uscito dal palazzo reale, piangendo la sua sventura. Fuori le porte della città avea trovato la vecchina: – Ah, vecchina mia! Mi han rubato l’anello. – Non ti disperare, non è nulla. Quando il Re avrà sposato,  appena la Regina sarà entrata nel  suo appartamento,  pianta questo chiodo sulla soglia dell’uscio e vedrai. Perciò il Re non trovava mai l’uscio, quando voleva entrare nelle stanze della Regina. C’era quel chiodo piantato lì, che glielo impediva. Il  Re scoppiava dalla rabbia.  Fece chiamare novamente il Mago, e gli raccontò in segreto ogni cosa. – Come va questa faccenda? – Maestà, la faccenda è piana. Quell’uomo ha avuto un chiodo incantato dalla fata Regina, e l’ha piantato sulla soglia. E questa volta, Maestà, non c’è astuzia che valga: rimarrete un marito senza moglie. – Ma che offesa ho io fatto a codesta fata Regina? Non la conosco neppur di vista! – No, Maestà. Vi rammentate d’una vecchina che vi domandò l’elemosina il giorno che voi andavate la prima volta dal ciaba? Vi ricordate che la urtaste col cavallo e cadde per terra? – Sì. – Era lei, la fata Regina. Il Re dovette persuadersi che era inutile lottare con una Fata, e si rassegnò a sposare una bella ragazza, sì, ma non la più bella del mondo. Sposò la Reginotta di Francia. Il servitore sposò la figliuola del ciaba; e il Re gli diè una ricca dote e lo fece intendente di casa reale. Re e servitore ebbero molti figliuoli: E noi restiamo da cetriuoli.

Ranocchio

Questa è la bella storia di Ranocchino porgi il ditino, e sentirete qui appresso perché si dica così. Si racconta dunque che c’era una volta un povero diavolo, il quale aveva sette figliuoli, che se lo rodevano vivo. Il maggiore contava dieci anni, e l’ultimo appena due. Una sera il babbo se li fece venire tutti dinanzi. – Figliuoli – disse – son due giorni che non gustiamo neppure un gocciolo d’acqua, ed io, dalla disperazione, non so più dove dar di capo. Sapete che ho pensato? Domani mi farò prestar l’asino dal nostro vicino, gli porrò le ceste e vi porterò attorno per vendervi. Se avete un po’ di fortuna, si vedrà. I bimbi si misero a strillare; non volevano esser venduti, no! Solo l’ultimo, quello di due anni, non strillava. – E tu, Ranocchino? – gli domandò il babbo, che gli avea messo quel nomignolo perché era piccino quanto un ranocchio. – Io son contento – rispose. E la mattina quel povero diavolo se lo prese in collo, e cominciò a girare per la città. – Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino! Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera! S’affacciò alla finestra la figlia del Re. – Che cosa vendete, quell’uomo? – Vendo questo bimbo, chi lo vuol comprare. La Reginotta lo guardò, fece una smorfia e gli sbatacchiò le imposte sul viso. – Bella grazia! – disse quel povero diavolo. E riprese ad urlare: – Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino! Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera! Quel povero diavolo non avea coraggio di tornare a casa,  dove gli altri figliuoli lo aspettavano come tant’anime del purgatorio, morti di fame. Ranocchino intanto gli s’era addormentato addosso. Allora lui pensò ch’era meglio ammazzarlo, piuttosto che vederlo patire: gli avrebbe ammazzati tutti, quei figliuoli, ad uno ad uno; e cominciava da questo! Era già sera: e, uscito fuor di città, si ridusse in una grotta, dove non poteva esser veduto da nessuno. Adagiò per terra il bimbo che dormiva tranquillamente, e prima d’ammazzarlo si mise a piangerlo: – Ah, coricino mio! E debbo ammazzarti  con queste mani,  debbo ammazzarti! Ah, Ranocchino mio! E non ti vedrò più per la casa, non ti vedrò! Ah, coricino mio! E chi fu la strega che te lo cantò in culla, chi fu? Ah, Ranocchino mio! E debbo ammazzarti  con queste mani,  debbo ammazzarti! Spezzava il cuore perfino ai sassi. – Che cosa è stato, che piangi così? Il povero diavolo si voltò e vide una vecchia seduta a traverso la bocca della grotta, con un bastoncello in mano. – Che cosa è stato! Ho sette figliuoli piccini e moriamo tutti di fame. Per non vederli più patire, ho deliberato d’ammazzarli; e comincio da questo. – Come si chiama? – Si chiama Beppe; ma noi gli diciamo Ranocchino. – E Ranocchino sia! La vecchia toccava appena il bimbo col bastoncello, che quegli era già diventato un ranocchio e saltellava qua e là. Il povero padre rimase spaventato. -Fatti coraggio! – gli disse la vecchia – Fruga in quel canto; c’è del pane e del formaggio: mangerete per questa sera. Domani a mezzogiorno, aspettami sotto le finestre del palazzo reale: sarà la tua fortuna. Quando i figliuoli lo videro tornare senza il fratellino, si misero a strillare. – Zitti! Ecco del pane e del formaggio. – Ma Ranocchino dov’è? – È morto! Disse così per non esser seccato. E il giorno appresso, prima dell’ora fissata, andava ad appostarsi sotto le finestre del palazzo reale. Aspetta, aspetta, la vecchia non compariva. La figlia del Re era a una finestra, che si pettinava. Lo riconobbe e gli domandò, per canzonatura: – O quell’uomo, e Ranocchino ve l’han comprato? Ma prima che quello rispondesse, ecco la vecchia con una coda di gente dietro. La gente fece crocchio e la vecchia, nel mezzo, diceva: – Ranocchino, porgi il ditino! E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli altri avevano un bel dirgli: – Ranocchino, porgi il ditino -; non se ne dava per inteso. Una meraviglia non mai vista. E tutti pagavano un soldo. La Reginotta fece chiamar la vecchia sotto la finestra; voleva veder anche lei. – Ranocchino, porgi il ditino! Rimase ammaliata. E corse subito dal Re. – Babbo, se mi vuoi bene, devi comprarmi quel Ranocchino. – Che vorresti tu farne? – Allevarlo nelle mie stanze: mi divertirò. Il Re acconsentì. – Buona donna, quanto volete di quel Ranocchino? – Maestà, lo vendo a peso d’oro. È quel che vale. – Voi canzonate, vecchia mia. – Dico davvero. Domani varrà il doppio. Ranocchino, porgi il ditino! E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli altri avevano un bel dirgli: – Ranocchino, porgi il ditino -; non se ne dava per inteso. – Vedi? – disse il Re alla Reginotta. – Occorre anche la vecchia. La Reginotta non s’era provata. – Ranocchino, porgi il ditino! Ranocchino spiccò un salto,  le fece una bella riverenza e le porse il ditino. Allora bisognò comprarlo: se no, la Reginotta non si chetava. Posero Ranocchino in un piatto della bilancia e un pezzettino d’oro nell’altro, ma la bilancia non lo levava. Possibile che quel  Ranocchino pesasse tanto? Colmarono d’oro il piatto ma la bilancia non lo levava. La Reginotta e la Regina si tolsero gli orecchini, gli anelli, i braccialetti e li buttarono lì. Nulla! Il Re si tolse la cintura, ch’era d’oro massiccio, e la buttò lì. Nulla! – Anche la corona! Vorrei ora vedere!… Allora la bilancia levò esatta; non mancava un pelo. La vecchia si rovesciò quel mucchio d’oro nel grembiule e andò via. Quel povero diavolo l’attendeva all’uscita. – Tieni! E gli riempì le tasche. – Però bada! Spendi tutto a tuo piacere; ma la corona reale, se tu la vendi o la perdi, guai a te! La Reginotta si  spassava,  tutto il  giorno,  con Ranocchino. – Ranocchino, porgi il ditino! Era una bellezza. Lo teneva sempre in mano, lo portava seco dovunque. A tavola, Ranocchino doveva mangiare nel piatto di lei. – Una cosa sconcia! – diceva la Regina. Ma quella era figlia unica, e le perdonavano tutti i capricci. Arrivò il tempo che la Reginotta dovea andare a marito. L’avea chiesta il Reuccio del Portogallo, e il Re e la Regina n’eran contentissimi. Lei disse di no: Voleva sposare Ranocchino! Poteva darsi? Intanto non c’era verso di persuaderla. – O Ranocchino, o nessuno! – Te lo do io Ranocchino! E il Re, afferratolo per una gambetta, stava per sbatacchiarlo sul pavimento; ma entrò un’aquila dalla finestra che glielo strappò di mano e sparì. La Reginotta piangeva giorno e notte.  Povera figliuola, faceva pena! E tutta la corte stava in lutto. Intanto in casa di Ranocchino pareva tutti i giorni carnovale. Spendi e spandi; mezzo vicinato banchettava lì e i danari andavano via a fiumi. Finalmente non ci fu più il becco d’un quattrino. – Babbo, vendiamo la corona reale. – La corona reale non si tocca! – Si dee crepar di fame? Vendiamola! – La corona reale non si tocca. Quel povero diavolo tornò nella grotta in cerca della vecchia, e si mise a piangere. – Che cosa è stato? – Mammina mia, i quattrini son finiti e quei figliuoli vorrebbero vendere la corona reale; ma io non l’ho permesso. – Fruga in quel canto. C’è del pane e del formaggio; mangerete per questa sera. Domani a mezzogiorno, aspettami sotto le finestre del palazzo reale: sarà la tua fortuna. Tornò a casa, e trovò una tragedia! Cinque figliuoli erano stesi morti per terra in un lago di sangue; uno respirava appena: – Ah, babbo mio! È venuta un’aquila forte e picchiò alla finestra. “Ragazzi, fatemi vedere la corona reale.” “Il babbo la tiene sotto chiave.” “E dove l’ha riposta?” “In questa cassa.” Allora, a colpi di becco, cominciò a scassinarla; e siccome noi ci si opponeva, ci ha tutti ammazzati. Detto questo, spirò. Quel povero diavolo si sentì rizzare i capelli. I figliuoli morti e la corona sparita! Il giorno dopo, quando vide la vecchia, le raccontò ogni cosa. – Lascia fare a me! – rispose quella. La Reginotta stava malissimo. I medici non sapevano più quali rimedi adoprare. – Maestà,  – dissero,  all’ultimo – qui  ci  vuol Ranocchino, o la Reginotta è spacciata. Il Re si disperava: – Dove prenderlo quel  maledetto Ranocchino? L’aquila lo aveva già digerito da un pezzo. Si presentò la vecchia: – Maestà, Ranocchino ve lo farei trovare io; ma ci vuole un gran coraggio. – Mi lascerei anche fare a pezzi rispose il Re. – Prendete un coltello di diamante, il più bel bue della mandria, una corda lunga un miglio, e venite con me. Il Re prese il coltello di diamante, il più bel bue della mandria, una corda lunga un miglio, e partì insieme colla vecchia. Nessuno dovea seguirli. Camminarono due giorni,  e al  terzo,  verso il tramonto, giunsero in una pianura. Lì c’era la torre incantata, senza porte e senza finestre, alta un miglio. – Ranocchino è qui! – disse la vecchia. – Quegli uccellacci che aliano attorno alla cima, sono i suoi carcerieri. Bisogna montare lassù. – O come? – Maestà, ammazzate il bue e vedrete. Il Re ammazzò il bue. – Maestà, scorticatelo e lasciate molta carne attaccata al cuoio. Il Re lo scorticò e lasciò molta carne attorno al cuoio. – Ora rivolteremo questo cuoio – disse la vecchia. – Io vi ci cucirò dentro. Scenderanno gli uccellacci e vi porteranno lassù. La notte, spaccherete il cuoio col coltello di diamante; e la mattina quando l’aquila e gli uccellacci saranno andati via per la caccia, attaccherete la corda alla cima, prenderete Ranocchino e la corona reale, metterete il coltello fra i denti e vi lascerete andar giù. Il Re esitava. – E se la corda si spezzasse? – Tenendo il coltello fra i denti non si spezzerà. Il Re, per amor della figliuola, si lasciò cucire dentro il cuoio. E, subito, ecco gli uccellacci di preda che lo afferrano cogli arti gli e se lo portano lassù. La notte, spaccò il cuoio col coltello di diamante e andò a nascondersi in fondo a uno stanzino. Quando fu giorno, aspettò che l’aquila e gli uccellacci di preda andassero a caccia, attaccò la corda alla cima della torre, prese Ranocchino e la corona reale, e si lasciò andar giù. E il coltello? L’aveva dimenticato. Allora la corda cominciò a nicchiare: – Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere. Come rimediare? Il Re si morse una vena del braccio e ne fece schizzar il sangue. Intanto scivolava giù. Ma poco dopo la corda da capo: – Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere. Il Re si morse la vena dell’altro braccio e ne fece schizzar il sangue. Intanto scivolava giù. Ma la corda da capo: – Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere. Il Re, visto che ci voleva pochino a toccar terra: – E spezzati! – rispose. Infatti si spezzò; ma lui, per sua fortuna, se la cavò con qualche ammaccatura. Per le vene ferite delle braccia la vecchia cercò un’erba, e gliele medicò con essa, e gli sanarono a un tratto. Appena visto Ranocchino, la Reginotta cominciò a riaversi. – Ranocchino, porgi il ditino! E Ranocchino porgeva il ditino, e a lei soltanto. Il Re, per finirla, voleva far subito le nozze. Ma la vecchia gli disse: – Bisogna aspettare ancora un mese. Intanto fate preparare una caldaia d’olio bollente. – A che farne? – Lo saprete poi. Quando fu il giorno, l’olio bolliva nella caldaia. Venne la vecchia e dietro a lei quel povero diavolo con un carro, su cui erano distesi i cadaveri dei sei figliuoli. – Reginotta, – disse la vecchia – volete sposare Ranocchino? Bisogna prenderlo per un piede e tuffarlo tre volte in quell’olio. La Reginotta esitava. – Tuffami, tuffami! – le disse Ranocchino. Allora lei lo tuffò. Uno, due! Ma la terza volta le scappa di mano e casca in fondo alla caldaia. La Reginotta si svenne. Il Re voleva far ammazzare la vecchia; ma questa, afferrati in fretta in fretta quei morticini e buttatili nell’olio bollente, cominciò a rimestare col suo bastone, e intanto cantava: Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno! Presto fuori salteranno. Infatti ecco il figlio maggiore che salta fuori vivo, il primo. Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno! Presto fuori salteranno. E rimestava. Ed ecco saltar fuori il secondo. Così tutti e sei i fratellini. – Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno! Presto fuori salteranno. E rimestava. Ma Ranocchino venne soltanto a galla e non saltò. La Reginotta, appena lo scorse, tentò d’afferrarlo; la vecchia la trattenne. – Voleva scottarsi? Doveva fare come al solito. – Ranocchino, porgi il ditino! Ranocchino porse il ditino alla Reginotta…, e chi uscì fuori? Un bel giovane che pareva un Sole. La Reginotta lo riconobbe pel bimbo che quel povero diavolo volea vendere, e gli domandò scusa d’avergli sbatacchiato le impòste sul viso. Ranocchino, si capisce, le aveva già perdonato. Si fecer le nozze con magnifiche feste, e Ranocchino, a suo tempo, ebbe la corona reale. Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta; Chi non gli piace, me la riporti.



Il principe ranocchio

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito. Ora avvenne un giorno che la palla d’oro della principessa non ricadde nella manina ch’essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d’occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: – Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi. Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme. Ah, sei tu, vecchio sciaguattone! – disse, – piango per la mia palla d’oro, che m’è caduta nella fonte. – Chétati e non piangere, – rispose il ranocchio, – ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco? – Quello che vuoi, caro ranocchio, – diss’ella, – i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d’oro. Il ranocchio rispose: – Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d’oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d’oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d’oro. – Ah sì, – diss’ella, – ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla. Ma pensava: « Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell’acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana! » Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott’acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull’erba. La principessa, piena di gioia aI vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. – Aspetta, aspetta! – gridò il ranocchio: – prendimi con te, io non posso correre come fai tu. Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l’ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte. Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d’oro – plitsch platsch, plitsch platsch – qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: – Figlia di re, piccina, aprimi! Ella corse a vedere chi c’era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: – Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c’è forse un gigante che vuol rapirti? – Ah no, – rispose ella, – non è un gigante, ma un brutto ranocchio. – Che cosa vuole da te? – Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d’oro cadde nell’acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l’ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell’acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me. Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare: – Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m’hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi! Allora il re disse: – Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va’ dunque, e apri -. Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia.  Lì si fermò e gridò: – Sollevami fino a te. La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: – Adesso avvicinami il tuo piattino d’oro, perché mangiamo insieme. La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia.  Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: – Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire. La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: – Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno. Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: – Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre. Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: – Adesso starai zitto, brutto ranocchio! Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all’infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono. La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d’oro; e dietro c’era il servo del giovane re, il fedele Enrico.  Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall’angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto.  Allora si volse e gridò:- Rico, qui va in pezzi il cocchio! – No, padrone, non è il cocchio, bensì un cerchio del mio cuore, ch’era immerso in gran dolore, quando dentro alla fontana tramutato foste in rana. Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.