• ❤ Sarah ❤

  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
  • Articoli Recenti

  • Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato a discrezione delle autrici e comunque non sistematicamente. Non può quindi essere considerato un prodotto editoriale, ai sensi della legge 62 del 7/3/2001. Molte immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi che si provvederà alla loro pronta rimozione. Grazie
  • Tag

  • Categorie

  • Post più letti

  • Commenti recenti

    matteo su Mobile bar in vendita
    mauri53 su Andando in giro per stori…
    Franco su Mobile bar in vendita
  • «Limitarsi a vivere non è abbastanza. C’è bisogno anche del sole, della libertà e di un piccolo fiore.» (Hans Christian Andersen)
  • L'uomo ha bisogno delle favole. Il fascino dei racconti fantastici che lo seduce in millenni, ha il potere di riportarlo alla normalità.... camminando a braccetto con Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco, può ritrovare l'identità' perduta e capire meglio la realtà della vita" R. Battaglia
  • Senza la fantasia, senza la capacità di sognare, senza la poesia, siamo solo degli uomini. Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare o perlomeno sollevarci da terra quel tanto che basta per sentirci qualcosa di più.

  • Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Talmud ebraico
  • Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. A. Baricco
  • I bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare. Francoise Dolto

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi…

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei portava sulle spalle. Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto. Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua. Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto. Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il Cammino: “Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa”. La vecchia sorrise: “Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi. Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa”. Ognuno di noi ha il proprio specifico difetto. Ma sono la crepa e il difetto che ognuno ha a far sì che la nostra convivenza sia interessante e gratificante. Bisogna prendere ciascuno per quello che è e vedere ciò che c’è di buono in lui.

Annunci

Viola la cicogna (II parte)

(…) Viola, come era di abitudine per le cicogne consegna-bambini, si era già documentata riguardo la famiglia dove sarebbe dovuta giungere intorno la metà di gennaio. Aveva studiato bene la mappa, evidenziato le strade migliori, la bussola poi non le mancava mai: avrebbe potuto fare consegne in qualsiasi parte del mondo. Non era il viaggio che la turbava. Era l’insegnamento che doveva attuare che non le andava tanto a genio. Nel corso della sua vita Viola aveva ascoltato le parole di Herbart, di Rousseu, di Steiner, della Montessori e di molti altri pedagogisti e da ognuno aveva tratto grandi lezioni che poi adoperava nella scuola paradisiaca. Il fatto che l’angioletto fosse un primogenito non era affatto un ostacolo, molte delle sue consegne erano stati i primi a nascere e lei aveva sempre saputo educare il neonato al rispetto degli altri, a non essere viziato ed egoista, ad ubbidire sempre a mamma e papà, a volte perfino a chiedere esplicitamente un fratellino o una sorellina con cui giocare. Ciò che preoccupava la nostra cicogna era la famiglia d’arrivo. La mamma ed il papà in particolar modo. Lei li conosceva bene. Tutte le cicogne, essendo messaggere del Padreterno conoscono le creature che popolano  la Terra. E Viola Lavanda aveva osservato i futuri genitori parecchie volte. Per carità, non pensate fossero delle cattive persone! Erano dei geni, menti brillanti, risultati eccellenti in ogni loro azione “Chissà che aspettative avranno” mormorava di tanto in tanto Viola, “chissà che aspettative…” La mamma era stata educata durante i nove mesi da Mrs Pink-Stork. La signora Pink aveva preparato bene quella creatura: conosceva l’inglese, il cinese, un pò anche il francese e il tedesco ma soprattutto a qualunque lingua si accostava riusciva sempre a farsi capire e quindi comunicare, non è cosa da poco! Il padre, invece, era stato uno dei pochi privilegiati ad avere in cielo due educatori, Signora Rossa e Signor Nero. Erano le cicogne più preparate del cielo, solo che i loro pensieri erano assolutamente contrastanti, troppo democratica e proletaria lei, troppo individualista e accentratore lui,  proprio per questo andavano in giro in coppia, chi sapeva trarre educazione dai loro insegnamenti riusciva ad essere equilibrato altrimenti filosofo…


La Cicogna

Vi chiederete come mai un articolo sulla cicogna… Il motivo è semplice, ho iniziato a scrivere una fiaba dal titolo “Viola, la Cicogna” per una nascita che arriverà a Gennaio, quindi, come per tutte le favole che si rispettino ho iniziato a documentarmi… Certo, poi ve la farò leggere!

Al contrario di quanto si possa pensare, solo le cicogne bianche e quelle nere hanno abitudini migratorie e fanno affidamento sulle numerosi correnti termiche per poter raggiungere le terre calde dove passeranno i mesi invernali, mentre le altre specie sono stazionarie.
Generalmente, tutte le specie di cicogne sono gregarie, ossia vivono in storni di numero variabile e nidificano in grandi colonie. Un’eccezione a questa regola è costituita dalla mitteria del Senegalche, abituata a convivere e a mescolarsi con gli altri uccelli palustri, preferisce tuttavia vivere in stormi poco numerosi o, ancora di più, vivere accoppiata con il proprio compagno.
Gli esemplari di tutte le specie sono monogami e, una volta scelto il proprio compagno, la coppia rimane unita tutta la vita anche all’interno dello stormo. Comportamento curioso, che visto sotto un occhio umano appare come molto romantico, è quello delle cicogne che, rimaste sole dopo la morte del compagno, o della compagna, cadono in una specie di depressione ed iniziano a girovagare senza meta tra le altre gralle con aria inconsolabile alla ricerca disperata del compagno defunto.

Le cicogne sono solite nidificare sulle alture come robusti rami o, come nel caso delle cicogne bianche e di almeno altre tre specie, sui tetti delle abitazioni umane. Fanno eccezione le cicogne maguari ed il marabù africano che, invece, costruiscono il loro nido a terra, meglio se, dato il periodo delle stagioni secche in cui avviene la deposizione delle uova di queste specie, lungo il corso di fiumi o laghi prosciugati.
I nidi però presentano tutti le stesse caratteristiche, ossia sono di notevoli dimensioni (spesso hanno un diametro di oltre un metro) e vengono costruiti intrecciando abilmente sottili ramoscelli. Qui le femmine depongono (il periodo di deposizione varia a seconda della specie e del luogo in cui vivono) dalle 3 alle 5 uova. Il periodo di incubazione è mediamente di 35 giorni durante i quali i genitori si alterneranno per covarle. Alla schiusa, il papà e la mamma si prenderanno cura dei piccoli fino a che non saranno autonomi ed in grado di affrontare la prossima migrazione.
Nelle specie migratorie, i primi 2 o 3 anni gli ultimi nati li trascorreranno in Africa dove compieranno solo piccoli spostamenti in vista della maturità sessuale che, attorno ai 4 anni, li porterà a scegliere una compagna e a migrare verso l’Europa per dare avvio ad un nuovo ciglo riproduttivo.

C’era una volta… e oggi che c’è?

Buongiorno a tutti lettori de La mia Tata, come state? Ho sentito alla radio delle temperature bollenti che stanno deliziando la nostra penisola, in particolar modo gli oltre 40gradi centigradi del nord italia… Se può consolarvi anche qui in Sicilia il sole picchia forte… Domani costumino e bagnetto è assolutamente d’obbligo! Allora, oggi è venerdì, e, come i venerdì di un tempo, vorrei proporvi una fiaba. Non il solito C’era una volta… non la favola conosciuta in mezzo mondo, non la favola del noto autore ma una favola conosciuta a pochi, forse nessuno, di un giovane autore contemporaneo, sarebbe più opportuno quindi rinominare almeno per oggi il “C’era una volta” in “Oggi che c’è?”. Fate finta che sia un esperimento, vi piacerà? vorrete leggerne altre? I commenti li lascio a voi! Buona Lettura, Sarah

L’orso Bruno

C’era una volta tanto tempo fa, in una valle sempre illuminata dal sole del Trentino, un piccolo orso di nome Bruno.

Bruno era nato in primavera, quando il bosco e tutti i suoi abitanti sembrano risvegliarsi dal profondo sonno invernale, quando il mondo intero sembra essere più partecipe alla vita stessa. Tutto era nuovo per il giovane orsetto e tutto suscitava in lui enorme curiosità. Si avvicinava senza timore a qualsiasi essere gli capitava sott’occhi. Ammirava le aquile, così maestose e regali, le api, laboriose e serie, gli scoiattoli, così simpatici e festosi.

Ma, appena il tempo di qualche amicizia, che già era di nuovo in partenza…

La famiglia di Bruno, infatti, era in continuo movimento, si spostava miglia e miglia, senza sosta e senza spiegazioni. “Bisogna camminare”, diceva la mamma, e così, eccoli in marcia, giorno dopo giorno, per quella piccola valle illuminata dal sole.

Il continuo spostamento a Bruno non dava fastidio: posto nuovo nuove scoperte, pensava. Inoltre poiché la valle d’origine di Bruno era davvero piccolina, gira che ti rigira capitava che il lunedì e il martedì si trovavano sulla cima Rossa, il mercoledì e il giovedì sulla cima Gialla e il venerdì, il sabato e la domenica sulla cima Bianca che tra l’altro era la sua preferita. Il nome di questa cima, cima Bianca appunto, come tutto ciò che è proprio della montagna, non era affatto casuale. Si chiamava Bianca per il manto di neve che d’inverno la ricopriva, un biancore unico e splendente, una visione straordinaria. Si chiamava Bianca anche per i candidi Bucaneve, piccoli e delicati fiori che in primavera decoravano le rocciose pareti, e Bianca era detta anche per i sassi lucenti adagiati vicino ai ruscelli, che scorrevano timidi e leggeri d’estate.

Bruno da bravo orso aveva un profondo rispetto per la montagna, per lui era più che la semplice terra della sopravvivenza o la terra natià. Era un’amica.

Non provava vergogna per quanto orso e ormai anche di grandi dimensioni a sedersi sopra una roccia allo spuntar della luna e dedicare alla sua amata montagna poesie e versi di autori imparati a scuola. Eh si, anche il nostro buon orsetto era andato a scuola. Da maestro Gufo, e poi a casa, con la mamma. Insisteva tanto affinché Bruno sapesse leggere, scrivere e fare di conto… Chissà a cosa servivano tutte quelle cose. Lui preferiva centomila volte di più andar nei boschi, raccogliere profumatissimi funghi e frutti deliziosi, o ancora, il preziosissimo e dolcissimo miele.

E più ancora giocare. Giocare era per Bruno il massimo che un orso potesse chiedere alla vita: nascondino, acchiapparello, il salto della corda, le capriole in aria. Ma, sopra ogni cosa, amava sciare. Sciare era dimostrare all’umanità intera che anche un orso, tipo goffo per antonomasia, potesse avere grandi successi e soddisfazioni proprio grazie al suo fisico. Sciare era come volare, non pesare più 300 kg ma essere leggero come una piuma e veloce come un fulmine.

Era talmente bravo a sciare da vincere tutte le medaglie in circolazione. Aveva partecipato ad ogni torneo, ad ogni manifestazione e ad ogni gara portando a casa tante medaglie, tante coppe e soprattutto tanto successo.

Bruno e i suoi sci erano conosciuti ovunque. E più il tempo passava più la sua passione aumentava, più la sua abilità veniva affinata… Non c’era premio che non fosse stato vinto da Bruno. E poiché ognuno deve far virtù di ciò che sa fare, quando divenne un orso adulto, e gli venne posta la fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande” immediata fu la risposta: “il maestro di sci”.

Quella di Bruno fu la prima -Scuola Sci- per gli animali del bosco. Avrebbe insegnato a chiunque avesse voluto avvicinarsi a tale disciplina e le lezioni sarebbero state gratuite. Per tutti. Il divertimento, quello vero, sosteneva Bruno, non deve essere pagato se non con la soddisfazione di aver bene insegnato…

Era un bravo insegnante il nostro Orso. Non insegnava solo a sciare, non era quella la cosa più importante per essere un bravo insegnante. Le sue lezioni, a qualsiasi ora del giorno e della notte, vertevano su ogni aspetto della vita montanara e lo sci, logicamente, era una di quelle. Bruno insegnava le meraviglie della natura, i segreti delle montagne di tutta la valle e siccome era un orso che aveva girato parecchio, di cose da raccontare non gliene mancavano mai…

Molti alunni ebbero la fortuna di ricevere i preziosi insegnamenti e consigli del meastro Bruno, l’Orso della valle piena di sole. Di lui se ne parlò tanto che giunsero animali da ogni parte del mondo e quando fu il tempo che la montagna lo richiamò a sé, a lui, fu dedicata la pista da sci più bella della montagna, cha ancora oggi si chiama “Orso Bruno”, nella sua piccola valle sempre illuminata dal sole che prese nome di “Val di Sole” e se credete che questa sia solo una storia andate in Trentino e controllate voi stessi.

Foto Val di Sole – Trentino

Il gatto con gli stivali

Un mugnaio, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto. Le divisioni perciò furono presto fatte, e non ci fu bisogno di chiamare né il notaio, né il procuratore, i quali avrebbero finito col mangiarsi anche quel poco che c’era. Il maggiore si prese il mulino, il secondo l’asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto. Quest’ultimo però non poteva darsi pace di essere stato trattato cosi male e diceva tra sé :
“I miei fratelli potranno guadagnarsi la vita onestamente mettendosi in società; io invece, quando avrò mangiato il mio gatto e mi sarò fatto un colletto col suo pelo, dovrò rassegnarmi a morire di fame”. II Gatto, che aveva compreso ogni cosa, pur fingendo di non darsene per inteso, disse con aria seria e grave: “Non tormentatevi così, padrone ! Procuratemi invece un sacco e un paio di stivali, perché io possa camminare tra gli sterpi del bosco, e vedrete che non siete stato cosi sfortunato come credete nell’eredità”. Sebbene il padrone del Gatto non facesse molto affidamento su quelle parole, tuttavia non disperò di ricevere da lui un po’ d’aiuto nella sua miseria.
Quante volte, infatti, lo aveva visto fare dei giochi di abilità per prendere i topi, ora lasciandosi penzolare e tenendosi per le zampe posteriori, ora nascondendosi nella farina e facendo il morto!
Allorché il Gatto ebbe ottenuto ciò che aveva chiesto, infilò gli stivali alla brava, si pose il sacco sulle spalle, tenendone i cordoni con le due zampe davanti, e si diresse verso una riserva di caccia, dove si trovavano molti conigli selvatici. Giunto là, mise un po’ di crusca e d’insalata nel sacco, e si stese a terra come se fosse morto, in attesa che qualche coniglietto giovane e poco esperto degli inganni di questo mondo venisse a cacciarsi in quella trappola, spinto dalla voglia di mangiare ciò che il Gatto vi aveva astutamente posto dentro. Si era appena sdraiato, che la sua trovata funzionò. Nel sacco, infatti, era entrato un coniglietto ! Quel furbacchione di un gatto tirò alla svelta i cordoncini, poi prese la bestiolina e la uccise senza misericordia. Tutto trionfante per la preda fatta, si recò dal Re e domandò di parlargli. Lo fecero salire agli appartamenti di Sua Maestà; e qui il Gatto, fatta una grande riverenza al sovrano, disse: “Sire, accettate questo coniglio di riserva, che vi manda il marchese di Carabas” (era questo un nome inventato li per li dalla fertile fantasia del nostro Gatto). “Di’ al tuo padrone” rispose al Re “che lo ringrazio e che ho molto gradito il suo presente”. Un’altra volta il Gatto andò a nascondersi in mezzo al grano, c dispose sempre il sacco in modo che stesse aperto. Appena vi entrarono due pernici, tirò i cordoncini e le prese tutte e due. Si recò nuovamente dal Re, come aveva fatto per il coniglio. Il sovrano gradi moltissimo anche questo regalo, e fece dare una mancia all’insolito servitore. Il Gatto continuò cosi per due o tre mesi a portare di quando in quando al Re la selvaggina che, diceva lui, aveva cacciato il suo padrone. Un giorno, avendo saputo che il Re doveva andare a fare una passeggiata in carrozza lungo la riva del fiume assieme alla figlia, che era la più bella Principessa del mondo, disse al padroncino: “Se badate al mio consiglio, la vostra fortuna é fatta: andate a fare il bagno nel fiume, nel punto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me”. Il sedicente marchese di Carabas fece quello che il Gatto gli aveva consigliato, senza sapere quale fosse lo scopo di tutto ciò. Mentr’era nell’acqua, il Re si trovò a passare da quelle parti, c il Gatto si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola : “Aiuto ! Aiuto ! Il marchese di Carabas sta annegando!” A quel grido il Re mise fuori la testa dal finestrino, e, riconoscendo il Gatto, che gli aveva portato tante volte la selvaggina, ordinò alle guardie di correre in aiuto del marchese di Carabas. Intanto che il povero marchese veniva ripescato dal fiume, il Gatto si avvicinò alla carrozza e raccontò al Re che, mentre il suo padrone era nell’acqua, erano sopraggiunti dei ladri, che gli avevano rubato i vestiti, sebbene il poveretto si fosse affannato a gridare “al ladro! al ladro!” Invece era stato quel furbacchione del Gatto a nascondere gli abiti del padrone sotto una grossa pietra! Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al suo guardaroba di andare a prendere uno dei suoi vestiti più belli per il marchese di Carabas. Quando il giovane li ebbe indossati, si presentò al Re, e questi gli usò mille gentilezze. Quegli abiti gli stavano veramente bene e mettevano in risalto la naturale bellezza dei suoi tratti e 1’eleganza della persona, tanto che la figlia del Re se ne senti subito attratta. Bastarono due o tre occhiate, un poco tenere, per quanto molto rispettose, perché la fanciulla se ne innamorasse perdutamente. Il Re riprese la passeggiata interrotta e volle che il giovane salisse sulla carrozza e li accompagnasse. Il Gatto, felice di vedere che tutto procedeva secondo il suo disegno, andò avanti per conto suo. Lungo la strada incontrò alcuni contadini che falciavano un prato e disse loro: “Buona gente che falciate l’erba, se non dite al Re, quando passerà di qui, che questo prato appartiene al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette”. Tosto sopraggiunse il Re, che per l’appunto chiese ai contadini di chi fosse quel prato che stavano falciando. E quelli risposero in coro, spaventati dalle minacce del Gatto: “Del marchese di Carabas”. “Avete una bella proprietà!” disse il Re al marchese. “Come vedete, Sire” rispose il giovane, “é terra fertile, e tutti gli anni mi dà un ottimo raccolto”. L’astuto Gatto, che li precedeva sempre, incontrò alcuni mietitori e disse loro: “Buona gente che tagliate il grano, se non dite che queste messi appartengono al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette”. Il Re, che passò di là subito dopo, volle sapere di chi fosse tutto quel grano che vedeva. “È del marchese di Carabas” risposero i mietitori; e il Re se ne rallegrò col giovane. Il Gatto, che camminava sempre davanti alla carrozza, continuava a dire la stessa cosa a tutti quelli che incontrava lungo la strada; cosi il Re non finiva più di meravigliarsi delle grandi ricchezze del marchese di Carabas. Finalmente il nostro Gatto giunse a un bel castello di proprietà di un Orco, che era il più ricco che si fosse mai visto; infatti tutte le terre che il Re aveva percorso con la carrozza, erano di sua proprietà. Il Gatto, che aveva avuto l’accortezza di informarsi chi fosse quell’Orco e quali prodigi sapesse compiere, chiese di potergli parlare, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza avere l’onore di venirgli a rendere omaggio. L’Orco lo ricevette con la buona grazia che può avere un Orco e lo fece accomodare perché si riposasse. Allora il Gatto prese a dire: “Mi hanno assicurato che avete la capacità di mutarvi in ogni sorta di animali; che potete, per esempio, trasformarvi in leone oppure in elefante”. “È vero” rispose l’Orco con fare brusco, “e, per dimostrarvelo, diventerò un leone sotto i vostri occhi”. Il povero Gatto si spaventò talmente nel vedersi davanti quella bestia feroce, che si rifugiò sulle grondaie, non senza qualche difficoltà e col rischio anche di cadere, a causa degli stivali, che non erano certo adatti per camminare sulle tegole. Dopo un po’, avendo visto che l’Orco aveva ripreso le sue solite sembianze, si decise a scendere e ammise di avere avuto molta paura. “Mi hanno anche assicurato” riprese a dire il Gatto, “ma io stento a crederci, che avete la facoltà di trasformarvi anche in un animale piccolissimo, come la talpa e il topo: vi confesso però che tutto ciò mi sembra davvero impossibile”. “Impossibile?” disse l’Orco. “Ora vedrete!” Cosi dicendo si mutò in un topolino e prese a correre sul pavimento della stanza. Il Gatto, appena lo vide, si gettò come un lampo su di lui e ne fece un boccone. In quel mentre il Re, che nel passare di là aveva notato il magnifico castello dell’Orco, volle entrare per visitarlo. Il Gatto, udendo il rumore della carrozza, che attraversava il ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse: “Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del marchese di Carabas!” “Ma come, marchese!” esclamò il Re; “questo castello é dunque vostro? Non ho mai visto niente di più bello: che eleganza ed armonia di linee, quale grandiosità e che splendidi giardini. Visitiamone l’interno, se non vi dispiace”. Il marchese offrì la mano alla giovane Principessa, e assieme seguirono il Re, il quale si era avviato per primo. Entrarono in una grande sala, dove trovarono pronta una magnifica colazione, che l’Orco aveva fatto preparare per i suoi amici. Questi avrebbero dovuto venire a trovarlo proprio quel giorno, ma poi non osarono farlo, avendo saputo che era giunto il Re.
Il Sovrano, conquistato dalle buone maniere del marchese di Carabas, – che dire poi della figlia, che ne era innamoratissima – e vedendo la vastità dei suoi possedimenti, gli disse, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri di vino: “Dipende soltanto da voi, marchese, se volete diventare mio genero”. Il marchese si profuse in riverenze, accettò volentieri l’onore che il Re gli faceva, e il giorno stesso sposò la Principessa. Naturalmente il gatto rimase con gli sposi. Ebbe un bel cuscino di seta accanto al fuoco, nella sala del trono durante l’inverno, ed una bella cuccetta sotto il pergolato d’estate. Il figlio del mugnaio diventò dunque il marito della Principessa, ma, siccome era un giovane onesto e sincero, non volle continuare ad ingannare la moglie ed il Re. Raccontò come erano andate veramente le cose, spiegò per filo e per segno quello che aveva architettato il gatto, dalla prima fortunata caccia nel bosco al colpo maestro dell’uccisione dell’Orco e alla conquista del castello. Liberato da questo peso, visse felice con la sua sposa ed ebbe tanti figliuoli, che giocarono allegramente col gatto per nulla meravigliati di vedergli indosso gli stivali ed ascoltarono anch’essi, divertendosi un mondo, la storia del cattivo Orco, trasformato in topino e divorato dal gatto.

La principessa sul pisello

C’era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma ella doveva essere una principessa vera, una fanciulla di sangue blu. Perciò se ne andò in giro per il mondo cercando la giovinetta dei suoi sogni. Di fanciulle che affermavano di essere vere principesse egli ne trovò moltissime, ma al momento di sposarsi il principe era assalito da un dubbio: ” Sarà proprio una principessa di sangue blu, oppure no? “. Qualcosa, infatti, nel loro modo o nel loro portamento era poco reale e non convinceva del tutto il principe. Egli quindi non si decideva a sceglierne alcuna e, infine, dopo tanto vagare per il mondo, se ne tornò al suo castello, deluso per non aver trovato ciò che desiderava. Una sera si scatenò un temporale: i lampi si incrociavano, il tuono brontolava, cadeva una pioggia torrenziale: non si era mai vista una bufera così!. Qualcuno bussò alla porta del castello, e il vecchio re si affrettò ad aprire. Era una principessa. Ma come l’avevano ridotta la pioggia e il temporale! L’acqua cadeva a rivoli dai suoi capelli e dai suoi vestiti, e le entrava nelle scarpe, uscendone dalla suola. Tuttavia ella si presentò affermando di essere una vera principessa. “E’ ciò che sapremo presto ” pensò la vecchia regina, e senza dire nulla a nessuno entrò in una camera e mise un pisello nel letto che era in mezzo alla stanza. Quindi prese venti materassi, li stese uno sopra l’altro sul pisello, e vi aggiunse ancora venti piumini. Era quello il letto destinato alla principessa sconosciuta. La principessa venne accompagnata nella camera che le era stata destinata, e si coricò. Ma, per quanto fosse sfinita dalla stanchezza, non riusciva assolutamente ad addormentarsi. Da qualunque parte si girasse, sentiva sempre qualcosa di duro che le dava fastidio. L’indomani mattina, il re la regina e il principe bussarono alla sua porta, le diedero il buon giorno e le chiesero come avesse passato la notte.
– Male! Molto male! – ella rispose – Non ho potuto chiudere occhio! Dio solo sa quello che c’era nel letto! Era qualcosa che mi ha fatto venire la pelle livida. Che supplizio ho dovuto sopportare per tutta la notte! Ho provato a guardare fra le lenzuola. Ma non ho trovato nulla.
Il re, la regina e il giovane principe si diedero uno sguardo d’intesa: dalla risposta della fanciulla essi avevano capito che si trattava di una vera principessa! Ella aveva infatti sentito un pisello attraverso venti materassi e venti piumini. Chi mai, se non una vera principessa, una principessa di sangue blu poteva avere una pelle così delicata e sensibile? Il principe, convinto ormai che si trattava di una giovane di sangue reale, la scelse subito come sposa. Il pisello fu messo nel museo, dove credo si trovi ancora, a meno che qualche persona non lo abbia portato via. Ecco, bambini, vi ho raccontato una storia vera, vera come la bella principessa.