Andando in giro per storie…

chimenohapiùdàPer un mondo migliore.

Questo è quanto aveva detto Marco prima di lasciare definitivamente la casa. Le parole di Marco vagavano, ormai stanche anche loro, nella mente di Anna da cinque anni. Era l’inizio di Aprile. L’estate era alle porte e il sole riusciva a scaldare persino le pareti diafane della casa fredda e vuota. Le giornate sembravano allungarsi e la casa, isolata, era circondata negli ultimi giorni da un noioso vento di scirocco e dai pensieri di Anna, sempre più opprimenti. Nessuno viene, nessuno va, il mondo è lontano sprofondato da qualche parte. Nel cielo rumoroso si delineava la figura di una donna seduta ad un tavolo sopra al quale batteva un timido raggio di sole. L’assenza di sentimenti veri sembravano ad Anna il modo più normale di vivere. Vivere tutto sommato significava avvicinarsi il più possibile alla contentezza e anche questo non era sempre facile. Il posacenere era l’ultimo oggetto rimasto tra le quattro mura dove adesso Anna si lasciava trasportare dai suoi pensieri: le piaceva guardare la stenta luce del giorno esaurirsi e morire sulle pareti, quelle stesse che una volta erano ricche di libri, di fiori colorati e di vita. Apriva e chiudeva gli occhi, come se una magia avesse potuto far tornare tutto come una volta. Erano passati ormai cinque anni. Era l’inizio di Aprile anche allora e c’era un tempo simile a quello di adesso solo che era gaio e aveva un senso. La casa, la stessa, aveva tutto un altro aspetto. La guerra poi ha pensato di portarsi via tutto. Tutto, compreso Marco. Aprile 1940. Nell’aria vibrava una musica allegra. Era l’ultima sera prima della partenza. Accanto ad Anna, per tutta la serata, la bella giovane figura di Marco, la musica li circondava. Il cuore di Anna batteva allo stesso ritmo di quello di Marco, i loro occhi vedevano le stesse cose, non si conoscevano ma erano entrambi giovani e spensierati, erano compagni come due stelle e due nuvole e senza parlare si sentivano bene. Il cuore di Anna aveva solo 19 anni ed era intatto. Marco partì per la guerra mattina seguente. Anna cercò di tenere a freno i suoi pensieri, si teneva occupata dalla mattina alla sera ma si accorse gradualmente che l’allegro vigore e la gioia di vivere che l’avevano accofinestra
mpagnata la sera prima la stavano abbandonando; il suo malessere, se ne accorse ben presto, non era fisico, infatti cominciava a pensare a quella serata con un testardo desiderio ad ogni ora del giorno e della notte come se in quella casa avesse perduto qualcosa di essenziale e lentissimamente quel qualcosa di essenziale prese forma, come delle finestre chiuse da grate scure: era la forma snella e leggiadra di quel ragazzo. Si accorse che la sua immagine e la lieta serata trascorsa in sua compagnia non si erano tramutati in silenzioso ricordo ma in una parte di lei stessa che cominciava a dolere far soffrire.

Brano di sottofondo durante la passeggiata: Lucio Dalla, Anna e Marco.

Come Cama Leonte diventò verde lilla blu…

Nei tempi dei tempi una certa Cama Leonte si innamorò di tale Porco Spino. Ma per amarsi, bisogna essere in due. Ora Cama Leonte certamente amava Porco Spino; ma quest’ultimo altrettanto certamente non amava Cama Leonte. La povera Cama appena vedeva Porco che se ne andava pacificamente per un prato brucando i cardi selvatici, si precipitava e cosa trovava? Tra i cardi irti di spine, una palla anch’essa irta di spine. Cama, che per quella palla ci stravedeva, allora singhiozzava: “Porco, Porco mio bello, stenditi, apriti, comunica. Te ne prego, te ne supplico, comunica, stenditi, apriti”. Sì, fatica sprecata. Porco Spino che aveva paura del matrimonio, non rispondeva e tanto meno smetteva di fare la palla. Allora la povera Cama se ne andava sconsolata, dicendo tra sé e sé: “Tante spine e niente coraggio!”.

Basta, andò a finire che Cama Leonte, decisa a spuntarla con Porco Spino, andò a trovare O. Racolo, uno stregone vecchio bacucco, molto irascibile e di poche parole, che viveva in fondo ad un bosco, dentro una grotta. O. Racolo, sentito il caso, disse subito, con la sua vociona cavernosa:

“Cama, Cama

t’ama, non t’ama”.

Cama Leonte domandò: “Che vuol dire?”. E O. Racolo:

“Alla margherita

strappa le foglie

al Porco Spino

strappa le spine”.

A farla breve, il rimedio suggerito da O. Racolo era il seguente: avvicinarsi a Porco Spino nel momento in cui faceva la palla, e, come si fa con i petali della margherita, strappargli via via le spine, ripetendo: “M’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama”. Le spine, con quel ritornello, sarebbero venute via con facilità, proprio come i petali della margherita. E Porco Spino non avrebbe più potuto fare la palla. O. Racolo concluse: “Attenta, però, che, dopo, non avrà più spine! E Cama Leonte, alzando le spalle: “E che me ne importa? Mica gli voglio bene per le spine”.

Detto e fatto. Porco Spino va a brucare; Cama Leonte si precipita; Porco Spino fa la palla; Cama Leonte prende a strappargli le spine ripetendo: “M’ama, non m’ama”. Le spine, a quelle parole, vengono via con la massima facilità.

“M’ama, non m’ama”; alla fine , ecco Porco Spino del tutto privo di aculei, nudo come un verme in forma di palla. Allora, vedendo quella palla morbida color rosa confetto, Cama Leonte gridò: “Ma non è lui, non è lui, dovevi dirmelo. O. Racolo, che l’amavo perché aveva le spine, non è più lui e io non l’amo più!”.

O. Racolo disse con severità: “Sotto queste spine c’era il verme. Non lo sapevi questo? Adesso ama il tuo verme e lasciami in pace”.

E Cama Leonte: “Ahimè, ho capito troppo tardi che in realtà l’amavo perché aveva le spine”.

Allora Racolo domandò: “insomma lo vuoi sposare il tuo Porco senza spine, sì o no?”

“Assolutamente, no”.

Arrabbiatissimo, O. Racolo gridò: “E io ti punirò. D’ora in poi, dovunque ti poserai, prenderai il colore della cosa sulla quale ti posi, affinché tutti sappiano che sei una banderuola e cambi idea facilmente e non sei capace di amare nessuno perché via via puoi amare tutti”. Così dicendo, prese la rincorsa e diede un calcio nel sedere a Cama Leonte, scagliandola nel cielo. Ora, aveva piovuto e c’era un magnifico arcobaleno che andava da una parte all’altra dell’orizzonte e Cama Leonte, sbalzata su su fino all’arcobaleno, diventò via via, come aveva detto O. racolo, rossa, verde, azzurra, gialla, blu, lilla, bianca, marrone e così via e così via. Poi andò a cadere su un ramo di mimosa e diventò verde a palline gialle; dalla mimosa capitombolò su un roseto e si fece rosso fuoco; dal roseto atterrò su un’aiuola di panzé ed eccolo viola con tante screziature d’oro.

Da allora Porco Spino è diventato Porco ma senza spine, cioè il nostro comune maialetto. Ma i suoi fratelli porcospini hanno gli aculei e fanno la palla.

Quanto al camaleonte, bravo chi lo trova; perché prende il colore della cosa su cui sta posato e, per così dire, diventa invisibile. Per esempio, potrebbe essersi posato sui tuoi capelli e averne preso il colore e tu non te ne accorgi perché non lo vedi. A proposito, che colore hanno i tuoi capelli? Sono biondi? Neri? Castani? Rossi?