la conversazione col saggio

Abitava al di là del bosco, aveva una lunga barba bianca, i capelli incolti, i vestiti logori ed era saggio. Non aveva granchè nella sua capanna al di là del bosco ma era felice. C’era chi pensava fosse matto ma può dirsi matto chi riesce a trovare il suo equilibrio interiore non avendo nulla? Aveva compreso come essere felice e questo ne faceva l’uomo più saggio del paese.

Le ‘misteriose’ ferite dell’anima hanno diversi nomi, e sono tutte guaribili: mancanza di amore, mancanza di autostima, abbandono, invidia, gelosia, e molte altre. Il saggio credeva che a volte nasciamo con queste ferite, a volte ce le procuriamo dopo la nascita. Comunque sia, parte del nostro percorso di vita, sosteneva, consiste nel guarirle.

A forza di sanguinare le ferite saranno sempre più evidenti, e ad un certo punto, probabilmente quando il dolore sarà intollerabile, riusciremo anche a “vedederle”. Ma è proprio lì che inizia il processo di guarigione, una strada meravigliosa, anche se talvolta difficile, che porta sempre e comunque alla la pace…

Le parole del saggio erano difficili, non da capire ma da mettere in pratica. Più volte incontrai il suo sguardo e la serenità aveva davvero il colore dei suoi occhi. Più volte avevo sofferto ma mai così a lungo come adesso. Ero solo e stavo male.

“Se ti mostrassi un bicchiere colmo per metà, diresti che è mezzo pieno o mezzo vuoto?” disse. E poi cominciò: Sei sul punto di mollare tutto, non è così? Hai pensato che ciò che fai quotidianamente non ha alcun significato e che sarebbe necessario un cambiamento radicale nel tuo modo di affrontare la vita, vero?

Come fai a saperlo?

Si da il caso che ad un certo punto della mia vita io abbia provato quello che tu stai provando oggi. Stavo attraversando una crisi esistenziale e non riuscivo a trovare via d’uscita. So come ci si sente, ci sono passato anch’io.

Il discorso si faceva interessante.

Hai compreso che ci sono delle strade da seguire e che la felicità è in una di esse ma hai paura di scegliere. Alla fine è solo a te stesso che devi rendere conto, è questo l’unico bilancio che conta. Non devi farti vincere dalle paure e se queste fanno il gioco duro prendi tempo. Tempo per pensare alle cose veramente importanti della vita.

Se non facciamo chiarezza su quello che più conta per noi nella vita, su quello cioè per cui siamo disposti a lottare veramente, allora come possiamo aspettarci di prendere decisioni efficaci?

L’uomo felice non è colui che gli altri credono tale ma colui che vede se stesso così. Il tuo cuore è un gabbiano che vola libero nei cieli della vita. Lascialo andare senza paura, ti saprà condurre alla felicità.

Il tempo che trascorrevo con quell’anziano signore stava cominciando ad avere un effetto positivo su di me, iniziavo a comprendere che non avrei dovuto lasciare che i dubbi rallentassero il mio cammino. Pensavo ancora al mio dolore e mi vennero in mente i miei genitori. E’ buffo pensai. La malinconia ti assale senza preavviso, quando meno te lo aspetti. La riconobbi immediatamente a causa di quello che può essere definito “sindrome del nodo alla gola”. Vorresti parlare ma non ci riesci, vorresti piangere ma non ce la fai, vorresti ridere ma non puoi. Rimani sospeso tra la gioia e la tristezza, sopraffatto dallo struggimento, come se il tuo cervello fosse in panne, incapace di elaborare le informazioni che gli arrivano.

Il saggio si accorse dei miei pensieri ma non disse nulla. Rimase lì, davanti a me senza proferire parola. La felicità non va inseguita ma è un fiore da cogliere ogni giorno, perchè essa è sempre intorno a te basta accorgersene. E questo adesso cosa c’entrava? Le sue parole mi innervosirono. Come si permette di dirmi delle piccole cose se io sto soffrendo per delle cose immense?

Non avrei voluto più ascoltarlo. Nemmeno lui capiva il mio malessere, lui che nel tempo libero scriveva favole… Ti stai avvicinando al momento di prendere una decisione, disse. La sua dolcezza mi fece calmare nuovamente e ripresi ad ascoltare. E’ evidente che sei arrivato a un bivio nella tua vita e qualcosa nel tuo intimo ti sta dicendo che è ora di fare una scelta. Sorrise con uno di quei sorrisi che si vedono solo nei visi di una mamma, buoni, privi di rancore e protettitivi.

Ciò che hai realizzato rimarrà e molte persone ne beneficeranno. Il punto è che devi recuperare il tuo sorriso, la tua felicità.

Ma allora cosa dovrei fare? Questa è una domanda a cui devi rispondere da solo, io posso dirti ciò che a suo tempo ho fatto io. Che cosa? Ho scelto la semplicità. Ho deciso di tenere solamente le cose che mi danno realmente gioia e liberarmi di tutte quelle di cui mi ero circondato e che mi facevano sentire in trappola. Solo allora ho trovato il sentiero per la felicità

Cosa mi consigli saggio? Ti prego sto male aiutami. Nessuno, incluso me, è in grado di dirti cosa sia meglio per te, come riguadagnare la tua felicità L’unico modo che posso fare è suggerirti il modo migliore per prendere la giusta decisione.

E quale sarebbe? In fondo al tuo cuore conosci già la risposta. Mi guardò e proseguì. In che modo prendevi le decisioni quand’eri bambino? Quando si è giovani le decisioni si prendono con il cuore. Le cose si fanno e basta. E’ quello che chiamiamo istinto e purtroppo perdiamo questa preziosa dote innata quando cominciamo a condizionare noi stesso e il nostro pensiero. Non ascoltiamo più quel che il nostro cuore sta cercando di dirci.

Se vuoi essere felice ascolta il tuo cuore perchè esso racchiude tutte le risposte che cerchi.

Il saggio sorrise nuovamente ma questa volta come un amico, si voltò e disse: Adesso va e cerca d’essere felice.

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi…

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei portava sulle spalle. Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto. Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua. Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto. Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il Cammino: “Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa”. La vecchia sorrise: “Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi. Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa”. Ognuno di noi ha il proprio specifico difetto. Ma sono la crepa e il difetto che ognuno ha a far sì che la nostra convivenza sia interessante e gratificante. Bisogna prendere ciascuno per quello che è e vedere ciò che c’è di buono in lui.

Il pescatore e la moglie

C’era una volta un pescatore e sua moglie; abitavano in un lurido tugurio presso il mare, e il pescatore andava tutti i giorni a pescare con la lenza, e così fece per molto tempo. Una volta se ne stava seduto vicino alla lenza a guardare nell’acqua liscia come l’olio. Se ne stava così quando la lenza andò a fondo, giù giù, e quand’egli la sollevò c’era attaccato un grosso rombo. E il rombo gli disse: -Ti prego, lasciami vivere; io non sono un vero rombo, sono un principe stregato. Rimettimi in acqua e lasciami andare!-. -Eh- disse l’uomo -non hai bisogno di fare tanti discorsi: un rombo che parla, l’avrei certo lasciato libero.- Lo rimise in acqua e il rombo si tuffò e lasciò dietro di sè una lunga striscia di sangue. L’uomo andò da sua moglie, nella lurida catapecchia, e le raccontò che aveva preso un rombo. Questi diceva di essere un principe stregato; poi lo aveva lasciato andare. -E non gli hai chiesto niente?- disse la donna. -No- disse l’uomo -cosa dovrei chiedere?- -Ah- disse la donna -è pur brutto abitare sempre in questo buco! Puzza ed è così sporco! Vai e domandagli una piccola capanna.- L’uomo non voleva, tuttavia andò sulla riva del mare e, quando giunse, il mare era tutto verde e giallo. Egli andò fino all’acqua, si fermò e disse:-Piccolo rombo, ticchete tacchete, stammi a sentire, zicchete zacchete, mia moglie parlar troppo suole, e ciò ch’io voglio lei non vuole!-Allora il rombo giunse nuotando e disse: -Be’, che vuole dunque?-. -Ah- disse l’uomo -io ti avevo pur preso; ora mia moglie mi ha detto che avrei dovuto chiederti qualcosa. Non vuole più abitare in un buco, vorrebbe una capanna.- -Va’ a casa- disse il rombo -ce l’ha già.- Allora l’uomo andò a casa e sua moglie era sulla porta di una capanna e gli disse: -Vieni dentro, guarda, adesso è molto meglio-. E dentro alla capanna c’era una stanza, una camera da letto e una cucina. E dietro c’era anche un giardinetto con verdura e alberi da frutta e un cortile con polli e anitre. -Ah- disse l’uomo -ora vivremo felici.- -Sì- disse la donna -ci proveremo.- Dopo un paio di settimane, la donna disse: -Marito mio, la capanna è troppo stretta e il cortile e il giardino sono così piccoli! Vorrei abitare in un gran castello di pietra; va’ dal rombo, che ce lo regali-. -Ah, moglie- disse l’uomo -il rombo ci ha già dato la capanna: non posso tornare, se ne potrebbe avere a male.- -macché‚- disse la donna -può benissimo farlo e lo farà volentieri!- Allora l’uomo andò con il cuore grosso, ma quando giunse al mare, l’acqua era tutta violetta azzurro cupa e grigia; però era ancora calma. Egli si fermò e disse:-Piccolo rombo, ticchete tacchete, stammi a sentire, zicchete zacchete, mia moglie parlar troppo suole, e ciò ch’io voglio lei non vuole!–Be’, cosa vuole?- disse il rombo. -Ah- disse l’uomo tutto turbato -mia moglie vuole abitare in un castello di pietra.- -Va’, è già davanti alla porta- disse il rombo. Allora l’uomo andò a casa e sua moglie stava davanti a un gran palazzo. -Guarda, marito mio- ella disse -com’è bello!- Entrarono insieme e dentro c’erano tanti servi, le pareti risplendevano è nelle stanze c’erano sedie e tavole tutte d’oro. E dietro il castello c’erano un giardino e un parco che si estendeva per un mezzo miglio, dov’erano cervi, caprioli e lepri; e un cortile con stalla e scuderia. -Ah- disse l’uomo -in questo bel castello si può essere contenti!- -Vedremo- disse la donna -intanto dormiamoci su.- E andarono a letto. Il mattino dopo la donna si svegliò allo spuntar del giorno, diede una gomitata nel fianco dell’uomo e disse: -Alzati, marito, potremmo diventare re di tutto il paese-. -Ah, moglie- disse l’uomo -perché‚ mai dovremmo diventare re; io non voglio!- -Bene, allora voglio esserlo io.- -Ah, moglie- disse l’uomo -perché‚ vuoi essere re? Al rombo non piacerà.- -Marito- disse la donna -vacci difilato, io devo essere re.- Allora l’uomo andò ed era tutto turbato che sua moglie volesse diventare re. E quando arrivò al mare, il mare era tutto plumbeo e nero e l’acqua ribolliva dal profondo. Egli si fermò e disse:-Piccolo rombo, ticchete tacchete, stammi a sentire, zicchete zacchete, mia moglie parlar troppo suole, e ciò ch’io voglio lei non vuole!–Be’, che cosa vuole?- disse il rombo. -Ah- disse l’uomo -mia moglie vuole diventare re.- -Va’ pure, che lo è già- disse il rombo. Allora l’uomo tornò a casa e quando arrivò al palazzo c’erano tanti soldati, trombe e timpani. Sua moglie sedeva su di un alto trono d’oro e diamanti e aveva una grande corona d’oro in testa; e al suo fianco stavano in fila sei damigelle, dalla più alta alla più piccola, così da formare una scala. -Ah- disse l’uomo -adesso sei re?- -Sì- rispose la donna -adesso sono re.- Dopo averla guardata per un po’, egli disse: -Ah, moglie, che bellezza che tu sia re! non c’è più niente da desiderare-. -No, marito- disse la donna -mi viene in uggia, non posso più resistere: sono re, ora voglio diventare imperatore!- -Ah, moglie- disse l’uomo -perché‚ vuoi diventare imperatore?- -Marito- diss’ella -va’ dal rombo: voglio essere imperatore.- -Ah moglie- disse l’uomo -egli non può fare imperatori, non posso dir questo al rombo.- -Io sono re- disse la donna -e tu sei mio marito, vacci subito!- Allora l’uomo andò e mentre camminava pensava: “Non va, non va, imperatore è troppo sfacciato; alla fine il rombo si stancherà”. Così arrivò al mare, l’acqua era tutta nera e gonfia e ci soffiava sopra un gran vento che la sconvolgeva. L’uomo si fermò e disse:-Piccolo rombo, ticchete tacchete, stammi a sentire, zicchete zacchete, mia moglie parlar troppo suole, e ciò ch’io voglio lei non vuole!–Be’, che vuole?- disse il rombo. -Ah- disse egli -mia moglie vuole diventare imperatore.- -Va’ pure- disse il rombo -lo è già.- L’uomo se ne andò e, quando arrivò a casa, sua moglie sedeva su di un trono altissimo fatto di un solo pezzo d’oro, e aveva in testa una gran corona alta tre braccia; al suo fianco stavano gli alabardieri, l’uno più piccolo dell’altro, dall’enorme gigante al piccolissimo nano, grosso come il mio mignolo. E davanti a lei c’erano tanti principi e conti. L’uomo passò in mezzo a loro e disse: -Moglie, sei imperatore adesso?-. -Sì- diss’ella -sono imperatore.- -Ah- disse l’uomo contemplandola -che bellezza che tu sia imperatore!- -Marito- disse la donna -non incantarti! Ora sono imperatore, ma voglio anche diventare papa.- -Ah, moglie- disse l’uomo -perché‚ vuoi diventare papa? Di papa ce n’è uno solo nella cristianità.- -Marito- diss’ella -voglio diventare papa oggi stesso.- -No, moglie- disse l’uomo -il rombo non può far papi, questo non va.- -Chiacchiere, se può fare imperatori può fare anche papi. Vacci subito!- Allora l’uomo andò, ma era tutto fiacco, le gambe e le ginocchia gli vacillavano, e soffiava un gran vento e l’acqua sembrava che bollisse. Le navi, in pericolo, invocavano soccorso, danzavano e saltavano sulle onde. Tuttavia il cielo era ancora un po’ azzurro al centro, ma ai lati saliva un color rosso, come durante un gran temporale. Allora egli si fermò, sconfortato, e disse:-Piccolo rombo, ticchete tacchete, stammi a sentire, zicchete zacchete, mia moglie parlar troppo suole, e ciò ch’io voglio lei non vuole!–Be’, cosa vuole?- disse il rombo. -Ah- disse l’uomo -mia moglie vuole diventare papa.- -Va’ pure- disse il rombo -lo è già.- Egli se ne andò e quando arrivò a casa sua moglie sedeva su di un trono alto tre miglia e aveva tre grandi corone in testa, intorno a lei c’erano tanti preti, e ai suoi lati c’erano due file di lumi, dal più alto, spesso e grosso come un’enorme torre, fino alla più piccola candela da cucina. -Moglie- disse l’uomo guardandola -sei papa adesso?- -Sì- diss’ella -sono papa.- -Ah moglie- disse l’uomo -che bella cosa che tu sia papa! Moglie, ora sarai contenta: sei papa, non puoi diventare niente di più.- -Ci penserò- disse la donna. E andarono a letto, ma ella non era contenta e la cupidigia non la lasciava dormire: pensava sempre che cosa potesse ancora diventare. Quand’ella vide dalla finestra il sole che sorgeva, pensò: “Ah, non potrei forse far sorgere anche il sole?”. Piena di rabbia, diede una gomitata al marito e disse: -Marito, vai dal rombo, voglio diventare come il buon Dio!-.
L’uomo era ancora addormentato, ma si spaventò tanto che cadde dal letto. -Ah, moglie- diss’egli -rientra in te e contentati di essere papa.- -No- gridò la moglie e si strappò la camiciola di dosso -non sono tranquilla e non posso resistere quando vedo sorgere il sole e la luna e non posso farli sorgere io stessa. Voglio diventare come il buon Dio.- -Ah, moglie, il rombo questo non lo può fare. Può fare imperatori e papi, ma questo non lo può fare!- -Marito- diss’ella, e gli rivolse uno sguardo terribile -voglio diventare come il buon Dio, va’ subito dal rombo.- Allora l’uomo andò pieno di paura; fuori infuriava la tempesta che sconvolgeva i campi e sradicava gli alberi, il cielo era tutto nero, lampeggiava e tuonava; il mare si gonfiava in onde nere, alte come montagne e tutte avevano una bianca corona di spuma. Egli gridò:-Piccolo rombo, ticchete tacchete, stammi a sentire, zicchete zacchete, mia moglie parlar troppo suole, e ciò ch’io voglio lei non vuole!–Be’, cosa vuole?- disse il rombo. -Ah- rispose l’uomo -vuole diventare come il buon Dio.- -Va’ pure, che è tornata nel suo lurido tugurio.- E ci stanno ancora.

La piccola fiammiferaia

Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell’acqua, l’altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l’ultimo giorno dell’anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l’assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l’avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve. La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. “Ancora uno!” disse la bambina. Crac! Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l’anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense… le fiammelle sembrarono salire in cielo… ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: Quando cade una stella, c’ è un’anima che sale in cielo”. La bambina prese un’altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza.
– Nonna! – gridò la bambina tendendole le braccia, – portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l’oca arrostita e il bell’albero di Natale.
La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un’altra scatoletta, uno dopo l’altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno:
“Vieni!” disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell’anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!

continua C’era una volta…

 

Cari lettori, il venerdì è stato eletto il giorno del nostro “C’era una volta…”, iniziativa rivolta alla divulgazione delle favole. Oggi, su richiesta di Giulia, verrà pubblicata la favola de -La Bella e la Bestia-

Se vuoi vedere la Tua favola sul nostro blog non esitare a suggerirla.

                                             … e se l’autore sei tu ancora meglio!

                                                Buona lettura, La mia Tata

La Bella e la Bestia

In un paese lontano della Francia, viveva nel suo splendido castello un giovane principe. Era viziato ed egoista. Durante una fredda notte d’inverno una vecchia mendicante si presentò al castello e chiese al giovane riparo dal freddo. La vecchia offrì al principe una rosa, ma lui la cacciò. Lei, allora, si trasformò in una bella fata e per punizione gettò un incantesimo sul castello trasformando il principe in una orribile bestia. solo se fosse riuscito a farsi amare prima che la rosa incantata sfiorisse, sarebbe tornato uomo. In un villaggio vicino viveva Belle, tutti credevano che fosse una ragazza strana perchè amava tanto leggere e, quando aveva un libro in mano non si accorgeva neppure di Gaston, l’idolo di tutte le ragazze. Egli pensava che Belle fosse la ragazza più carina del paese, perciò aveva deciso di sposarla senza aver nemmeno chiesto il suo parere tanto era convinto che nessuna potesse resistergli; la ragazza, però, lo trovava terribilmente noioso. Il padre di Belle, Maurice, era un inventore, e quel giorno stava sperimentando una curiosa macchina spaccalegna da presentare a una fiera. “Funziona!” gridò, quando lo strano marchingegno si mise in moto. Maurice, partì per la fiera convinto di poter vincere il primo premio e diventare famoso. Belle era felice: se il padre avesse avuto fortuna, forse la loro vita sarebbe cambiata. A lei non piaceva stare in quel paesino, sognava qualcosa di diverso. Ben presto, Maurice si accorse di aver sbagliato strada. “Andiamo di qua, Philippe,”disse l’inventore rivolto al cavallo,ed entrò nel bosco. Ad un tratto degli ululati minacciosi spaventarono Philippe, che fece cadere il suo padrone e scappò. Erano lupi! Inseguito dalle belve, anche Maurice fuggì e arrivò davanti a un cancello altissimo. Lo spinse e riuscì ad aprirlo mettendosi in salvo. In fondo al viale vide un castello. Sembrava abbandonato e aveva un aspetto pauroso. Ma la notte era fredda ed era scoppiato un temporale, perciò l’uomo decise di entrare. “C’è nessuno?” chiese. “Certamente,lei è il benvenuto!” disse una voce. “Chi ha parlato?” esclamò Maurice, afferrando un candeliere. “Sono qui!” rispose… il candeliere. Incredibile, quell’oggetto parlava e si muoveva! E così pure Tockins, l’orologio: “Sai che succederà se il padrone lo trova qui?” Già, quello era proprio il castello in cui viveva la Bestia. Da quando la fata gli aveva fatto l’incantesimo, si vergognava del suo aspetto e aveva ordinato che nessuno potesse vederlo. Così non appena si accorse di Maurice, si infuriò: quell’uomo era venuto per curiosare. Allora sarebbe rimasto lì per sempre! Intanto Belle era alle prese con Gaston. Era entrato in casa sua e le stava proponendo di sposarlo! Che idea! La ragazza mandò via quel maleducato, aveva alto per la testa: sogni, avventure… Quando, però, Philippe tornò a casa da solo, i sogni di Belle svanirono in un soffio. La ragazza capì che doveva essere successo qualcosa di brutto: “Dov’è papà?” chiese agitata. Philippe non poteva rispondere, ma… poteva portarla da lui! Arrivarono al castello. Belle si stupì: com’era possibile che suo padre fosse arrivato fin laggiù? Appena varcato il cancello trovò il cappello del padre, così con coraggio entrò nelle sale buie… Camminando lungo i  corridoi, Belle arrivò dove la Bestia aveva rinchiuso Maurice. “Devi andartene subito!” cercò di spiegargli il padre, preoccupato. Troppo tardi… il mostro era già lì! “Sono venuta per mio padre. La prego, lo liberi!” supplicò Belle. Ma la Bestia non ebbe pietà: “Rimarrà dove si trova!” Generosamente la ragazza propose uno scambio. “Prenda me al suo posto!” La Bestia accettò a patto che Belle rimanesse al castello per sempre. “La prego, risparmi mia figlia!” continuava a chiedere Maurice, mentre la Bestia lo trascinava via. Tutto inutile: il padrone del castello non lo ascoltava, e l’inventore fu costretto a ripartire da solo, su una carrozza stregata. Tornato al villaggio, Maurice corse alla taverna per chiedere aiuto, ma nessuno dei presenti, nemmeno Gaston, volle credere alla sua storia. In quel momento al castello, la teiera Mrs. Bric, la tazzina Chicco,  Tockins e gli altri oggetti animati cercavano di consolare Belle, che si sentiva molto triste. La ragazza non voleva aver niente a che fare con la Bestia. Gli oggetti, sapendo che il loro padrone, in fondo, aveva un animo sensibile, cercarono di convincerlo a comportarsi da gentiluomo: se fosse riuscito ad amarla e a farsi amare da lei, avrebbe potuto spezzare l’incantesimo! Ma quando la Bestia provò a invitarla a cena, lei rifiutò perchè non era stato per niente gentile. Solo più tardi si decise a uscire dalla sua camera per cercare qualcosa da mangiare. Gli oggetti incantati furono felicissimi di vederla entrare entrare nel salone e prepararono una tavola fantastica! Dopo la cena, Belle passeggiò nelle sale del castello, attratta dal mistero di quel luogo incantato. Arrivata all’ala ovest, ricordò che la Bestia le aveva proibito di entrarci, ma non riuscì a resistere alla curiosità. Fu così che scoprì la rosa fatata! Stava perdendo i suoi petali a uno a uno… Affascinata da quello spettacolo, non si accorse che la Bestia era lì vicino! “Perchè è venuta qui?” le chiese pieno di rabbia, proteggendo la rosa con una zampa. Belle non poteva saperlo, ma quel fiore rappresentava l’unica speranza di salvezza per la Bestia. Ancora una volta la Bestia la spaventò. Ormai la ragazza ne aveva abbastanza: balzò a cavallo di Philippe e fuggì. Tra gli alberi, però, i lupi erano sempre in agguato! Circondata da quei feroci animali aveva perso ogni speranza. Ma all’improvviso arrivò la Bestia e, lottando duramente, mise in fuga i lupi. Nello scontro la Bestia era stato ferito e ora giaceva a terra. Era il momento giusto per fuggire. Belle, però, decise di restare: lui l’aveva salvata rischiando la vita. A fatica lo caricò su Philippe e lo riportò al castello. Più tardi Belle curò le ferite della Bestia e per la prima volta i due parlarono sul serio. Sì, lei era fuggita, ma solo perchè lui l’aveva spaventata! “Grazie per avermi salvato la vita,” mormorò Belle alla fine. La Bestia rimase molto colpito da quelle parole gentili. Dolcezza, buone maniere: ecco quello che a lui mancava. Ma voleva cambiare… e cambiò perchè in fondo aveva un animo nobile. Per cominciare diventò un perfetto padrone di casa, un vero gentiluomo… e anche un ballerino fantastico! Belle si accorse del cambiamento, mentre la Bestia si affezionava sempre di più alla ragazza. Belle sarebbe riuscita ad amarlo? La ragazza si sentiva felice, ma le mancava suo padre. La Bestia le diede allora uno specchio magico, con il quale Belle potè vedere Maurice: era solo nel bosco ed era in pericolo! Oh, se solo avesse potuto raggiungerlo! La Bestia era innamorato di Belle; la rosa stava sfiorendo, ma la felicità della ragazza contava più di ogni altra cosa. Le donò lo specchio magico e la lasciò andare. Belle ritrovò il padre nel bosco. Era venuto da solo a salvarla, ma il freddo l’aveva indebolito. La ragazza lo riportò a casa, e qui Maurice si riprese in fretta. La felicità, però, durò poco… Gli abitanti del villaggio, guidati da Gaston, arrivarono per portare Maurice in manicomio, dicendo che aveva perso la testa: parlava di castelli, di bestie… In realtà si trattava di una perfida idea di Gaston, il quale avrebbe fatto liberare Maurice solo se Belle lo avesse sposato. La ragazza sapeva che Maurice aveva detto la verità! La Bestia esisteva davvero e lei poteva dimostrarlo, grazie allo specchio magico. Quando gli uomini videro il padrone del castello ne ebbero paura, allora Belle cercò di spiegare che non era affatto malvagio. Gaston si accorse che la ragazza si era affezionata a quella strana creatura e ne fu geloso. Subito convinse gli abitanti del villaggio che la Bestia era un pericolo per tutti loro. Gli uomini, guidati da Gaston, partirono per il castello decisi ad attaccare la Bestia. Usando il tronco di un albero, riuscirono a sfondare il portone del castello. La battaglia stava per cominciare… Gli oggetti animati difesero il castello con tutte le loro forze. Intanto Gaston cercava la Bestia nelle sale e nei corridoi. E presto lo trovò: pieno di tristezza per la partenza di Belle, sembrava non preoccuparsi minimamente di quello che stava succedendo.  Quando Gaston tese l’arco, non si mosse, e quando fu colpito non reagì. Gaston spinse la Bestia sul terrazzo del castello, ma lui ancora non si difendeva. All’improvviso Belle entrò a cavallo nel cortile sotto di loro. Era tornata! Nel vedere la ragazza la Bestia sentì rinascere la speranza e  cominciò a lottare. Anche se adesso aveva una gran paura  Gaston non smetteva di stuzzicare il suo rivale: “Sei innamorato di lei, Bestia? Pensavi davvero che avrebbe voluto te, quando poteva avere uno come me?” Belle intanto stava salendo di corsa le scale del castello… Durante la lotta, la  Bestia aveva afferrato Gaston per il collo. Questi lo supplicava di lasciarlo andare: “Farò qualunque cosa!” “Vattene!” rispose allora la Bestia, appoggiandolo sul cornicione. Belle era già sul terrazzo: “Sono qui!” gridò felice. La Bestia si arrampicò accanto lei, fu allora che Gaston lo colpì alle spalle! La sua malvagità fu punita: tentando di colpire ancora la Bestia, perse l’equilibrio e precipitò nel vuoto. Era finita per lui. Sul terrazzo, Belle era disperata: la Bestia era ferito molto gravemente. “Non lasciarmi, io ti amo!” disse piangendo. E prima che la Bestia chiudesse gli occhi per sempre, la rosa fatata perse l’ultimo petalo. In quel momento luci magiche cominciarono a scendere dal cielo… Una pioggia di scintille cadeva sul corpo della Bestia, che fu sollevato nell’aria. Belle non lo sapeva, ma l’incantesimo si era spezzato. L’amore aveva vinto! Si, la Bestia era riuscita ad amare e a farsi amare prima che la rosa sfiorisse… e così tornò ad essere un principe. Lei, che era innamorata della Bestia, per un attimo non capì. Ma poi vide negli occhi del giovane la stessa dolcezza che aveva conquistato il suo cuore e finalmente lo riconobbe. Subito dopo anche gli altri abitanti del castello furono liberati dall’incantesimo. Quel giorno, sotto lo sguardo commosso di papà Maurice, Belle e il principe danzarono a lungo. La gioia ormai era di casa nel castello e non se ne sarebbe andata più.

C’era una volta…

C’era una volta: questo il titolo della nostra prima iniziativa. Tante tantissime favole (almeno una la settimana) andranno ad arricchire il nostro blog!  Autori classici, italiani e stranieri, antichi e moderni da leggere ai nostri bambini, quale è la vostra preferita? E’ conosciuta da tutti o soltanto dalla vostra fantasia? Inviateci tutte quelle che vorrete e saranno pubblicate quanto prima. Buona lettura! La mia Tata.