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  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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  • L'uomo ha bisogno delle favole. Il fascino dei racconti fantastici che lo seduce in millenni, ha il potere di riportarlo alla normalità.... camminando a braccetto con Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco, può ritrovare l'identità' perduta e capire meglio la realtà della vita" R. Battaglia
  • Senza la fantasia, senza la capacità di sognare, senza la poesia, siamo solo degli uomini. Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare o perlomeno sollevarci da terra quel tanto che basta per sentirci qualcosa di più.

  • Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Talmud ebraico
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  • I bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare. Francoise Dolto

C’era una volta… e oggi che c’è?

Buongiorno a tutti lettori de La mia Tata, come state? Ho sentito alla radio delle temperature bollenti che stanno deliziando la nostra penisola, in particolar modo gli oltre 40gradi centigradi del nord italia… Se può consolarvi anche qui in Sicilia il sole picchia forte… Domani costumino e bagnetto è assolutamente d’obbligo! Allora, oggi è venerdì, e, come i venerdì di un tempo, vorrei proporvi una fiaba. Non il solito C’era una volta… non la favola conosciuta in mezzo mondo, non la favola del noto autore ma una favola conosciuta a pochi, forse nessuno, di un giovane autore contemporaneo, sarebbe più opportuno quindi rinominare almeno per oggi il “C’era una volta” in “Oggi che c’è?”. Fate finta che sia un esperimento, vi piacerà? vorrete leggerne altre? I commenti li lascio a voi! Buona Lettura, Sarah

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L’orso Bruno

C’era una volta tanto tempo fa, in una valle sempre illuminata dal sole del Trentino, un piccolo orso di nome Bruno.

Bruno era nato in primavera, quando il bosco e tutti i suoi abitanti sembrano risvegliarsi dal profondo sonno invernale, quando il mondo intero sembra essere più partecipe alla vita stessa. Tutto era nuovo per il giovane orsetto e tutto suscitava in lui enorme curiosità. Si avvicinava senza timore a qualsiasi essere gli capitava sott’occhi. Ammirava le aquile, così maestose e regali, le api, laboriose e serie, gli scoiattoli, così simpatici e festosi.

Ma, appena il tempo di qualche amicizia, che già era di nuovo in partenza…

La famiglia di Bruno, infatti, era in continuo movimento, si spostava miglia e miglia, senza sosta e senza spiegazioni. “Bisogna camminare”, diceva la mamma, e così, eccoli in marcia, giorno dopo giorno, per quella piccola valle illuminata dal sole.

Il continuo spostamento a Bruno non dava fastidio: posto nuovo nuove scoperte, pensava. Inoltre poiché la valle d’origine di Bruno era davvero piccolina, gira che ti rigira capitava che il lunedì e il martedì si trovavano sulla cima Rossa, il mercoledì e il giovedì sulla cima Gialla e il venerdì, il sabato e la domenica sulla cima Bianca che tra l’altro era la sua preferita. Il nome di questa cima, cima Bianca appunto, come tutto ciò che è proprio della montagna, non era affatto casuale. Si chiamava Bianca per il manto di neve che d’inverno la ricopriva, un biancore unico e splendente, una visione straordinaria. Si chiamava Bianca anche per i candidi Bucaneve, piccoli e delicati fiori che in primavera decoravano le rocciose pareti, e Bianca era detta anche per i sassi lucenti adagiati vicino ai ruscelli, che scorrevano timidi e leggeri d’estate.

Bruno da bravo orso aveva un profondo rispetto per la montagna, per lui era più che la semplice terra della sopravvivenza o la terra natià. Era un’amica.

Non provava vergogna per quanto orso e ormai anche di grandi dimensioni a sedersi sopra una roccia allo spuntar della luna e dedicare alla sua amata montagna poesie e versi di autori imparati a scuola. Eh si, anche il nostro buon orsetto era andato a scuola. Da maestro Gufo, e poi a casa, con la mamma. Insisteva tanto affinché Bruno sapesse leggere, scrivere e fare di conto… Chissà a cosa servivano tutte quelle cose. Lui preferiva centomila volte di più andar nei boschi, raccogliere profumatissimi funghi e frutti deliziosi, o ancora, il preziosissimo e dolcissimo miele.

E più ancora giocare. Giocare era per Bruno il massimo che un orso potesse chiedere alla vita: nascondino, acchiapparello, il salto della corda, le capriole in aria. Ma, sopra ogni cosa, amava sciare. Sciare era dimostrare all’umanità intera che anche un orso, tipo goffo per antonomasia, potesse avere grandi successi e soddisfazioni proprio grazie al suo fisico. Sciare era come volare, non pesare più 300 kg ma essere leggero come una piuma e veloce come un fulmine.

Era talmente bravo a sciare da vincere tutte le medaglie in circolazione. Aveva partecipato ad ogni torneo, ad ogni manifestazione e ad ogni gara portando a casa tante medaglie, tante coppe e soprattutto tanto successo.

Bruno e i suoi sci erano conosciuti ovunque. E più il tempo passava più la sua passione aumentava, più la sua abilità veniva affinata… Non c’era premio che non fosse stato vinto da Bruno. E poiché ognuno deve far virtù di ciò che sa fare, quando divenne un orso adulto, e gli venne posta la fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande” immediata fu la risposta: “il maestro di sci”.

Quella di Bruno fu la prima -Scuola Sci- per gli animali del bosco. Avrebbe insegnato a chiunque avesse voluto avvicinarsi a tale disciplina e le lezioni sarebbero state gratuite. Per tutti. Il divertimento, quello vero, sosteneva Bruno, non deve essere pagato se non con la soddisfazione di aver bene insegnato…

Era un bravo insegnante il nostro Orso. Non insegnava solo a sciare, non era quella la cosa più importante per essere un bravo insegnante. Le sue lezioni, a qualsiasi ora del giorno e della notte, vertevano su ogni aspetto della vita montanara e lo sci, logicamente, era una di quelle. Bruno insegnava le meraviglie della natura, i segreti delle montagne di tutta la valle e siccome era un orso che aveva girato parecchio, di cose da raccontare non gliene mancavano mai…

Molti alunni ebbero la fortuna di ricevere i preziosi insegnamenti e consigli del meastro Bruno, l’Orso della valle piena di sole. Di lui se ne parlò tanto che giunsero animali da ogni parte del mondo e quando fu il tempo che la montagna lo richiamò a sé, a lui, fu dedicata la pista da sci più bella della montagna, cha ancora oggi si chiama “Orso Bruno”, nella sua piccola valle sempre illuminata dal sole che prese nome di “Val di Sole” e se credete che questa sia solo una storia andate in Trentino e controllate voi stessi.

Foto Val di Sole – Trentino

C’era una volta… numero 15

Come vi avevo preannunciato ieri C’era una volta… questa settimana è stato anticipato ad oggi, giovedì, ma dalla settimana prossima continuerà a tenerci compagnia come sempre di venerdì. Oggi vi presentiamo un’altra fiaba di Luigi Capuana. Andiamolo a conoscere meglio. Luigi Capuana nacque nel 1839 a Mineo, in Sicilia. Studente di Legge a Catania dal 1857, cominciò ben presto ad interessarsi alla letteratura e in special modo alla poesia popolare, seguendo la sensibilità romantica, allora dominante. Nel ’63 tornò a Mineo, dove compose dei drammi, sempre d’ispirazione romantica, poi rappresentati da una compagnia d’attori filodrammatici. L’anno seguente si stabilì a Firenze che, in quanto capitale d’Italia, accoglieva l’élite culturale del paese: qui il Capuana conobbe il Prati, l’Aleardi e cominciò ad interessarsi all’opera di Balzac e di altri romanzieri francesi. Proprio a Firenze iniziò la carriera di critico scrivendo recensioni teatrali per La Nazione, grazie alle quali si fece notare per l’acutezza e la spregiudicatezza dei giudizi. Fu in questo periodo, inoltre, che s’avvicinò al pensiero di Hegel e studiò le opere del De Sanctis, cominciando così a definire quelle che in seguito sarebbero state le basi teoriche del Verismo. Tornato a Mineo nel 1869 in qualità di ispettore scolastico, ne divenne sindaco e vi intrecciò una relazione con una popolana, dalla quale ebbe dei figli in seguito abbandonati. Nel ’77 si trasferì a Milano e qui, nel ’79, diede alle stampe il primo romanzo verista, Giacinta, che all’uscita scatenò una ridda di polemiche e di attacchi di ordine sia morale, sia stilistico. Molto successo ebbero invece le varie raccolte di fiabe per bambini, nelle quali trovava posto il suo vivissimo interesse per il folklore, incoraggiato anche dall’incontro col grande demologo Pitré, più volte introdotto nei racconti sotto le spoglie del Mago Tre Pi. Nell’80-82 uscirono i suoi Studi sulla letteratura contemporanea e, all’incirca nello stesso periodo, mise in atto, nel romanzo Scurpiddu, il criterio verista dell’attenta descrizione psicologica dei personaggi in relazione all’ambiente. Nell’85, a Milano, uscì la seconda edizione di Giacinta e la sua fama di teorico e critico cominciò ad allargarsi tanto che, nel 1902, gli fu assegnata la cattedra di lessicografia e di stilistica all’Università di Catania. Di questi anni sono i volumi di critica Per l’arte, Libri e teatro, Gli ismi contemporanei e i romanzi Profumo, La sfinge, Il marchese di Roccaverdina. Morì nel 1915. Oggi è la volta di La vecchietta. Buona lettura, La mia Tata

La vecchina

C’era una volta un Re molto giovane, che voleva prender moglie, ma voleva sposare la più bella ragazza del mondo. – E se non è di sangue reale? – gli domandarono i ministri. – Non me n’importa nulla. – Allora sappiate, Maestà, che la più bella ragazza del mondo è la figliuola di un ciaba. Ma il popolo, che è maligno,  potrebbe chiamarla: la regina Ciabatta… Maestà, non sta bene: rifletteteci meglio. Il Re rispose: – La figliuola del ciaba è la più bella ragazza del mondo? La figliuola del ciaba sarà dunque mia sposa e Regina. Andrò a vederla senza farmi conoscere; partirò domani. Ordinò che gli si sellasse uno dei suoi cavalli, e, accompagnato da un solo servitore, s’incamminò per quel paese, dove il ciaba abitava. Per via incontrarono una vecchia che domandava l’elemosina: – Fate la carità! Fate la carità! Il Re non se ne dava per inteso. La vecchina arrancava dietro il cavallo. – Fate la carità! Fate la carità! Il cavallo del Re s’adombrò, e urtò la vecchina che cadde per terra. Il Re, senza punto curarsene, tirò innanzi; ma il servitore, impietosito, scese da cavallo, la sollevò, e visto che non s’era fatta nulla di male, cavò di tasca le poche monete che aveva e gliele mise in mano: – Vecchina mia, non ho altro. – Grazie, figliuolo; si vede il buon cuore. Accetta in ricambio questo anellino e portalo al dito; sarà la tua fortuna. Arrivati in quel paese, il Re accompagnato dal servitore passò e ripassò davanti la bottega del ciaba,

finché non gli riuscì di vedere la bella ragazza, che era la più bella del mondo. Rimase abbagliato! E, senza por tempo in mezzo, disse al ciaba: – Io sono il Re: vo’ la tua figliuola per moglie. – Maestà, c’è un intoppo. La mia figliuola ha una malìa: chi le parlerà la prima volta e le farà provare una puntura al dito mignolo, quello dovrà essere il suo sposo. Possiamo provare. Il Re a questa notizia rimase un po’ turbato; ma poi pensò: – Se questa malìa è la sua buona sorte, costei dev’essere destinata a sposare un regnante. E tutto allegro, disse al ciaba: – Proviamo. Il ciaba chiamò la figliuola, senza dirle del Re; e come questi se la vide dinanzi, restò più abbagliato di prima. – Buon giorno, bella ragazza. – Buon giorno, signore. Lei non sapeva nulla della malìa. Suo padre, che sarebbe stato felice di vederla Regina, le domandò: – Non ti senti nulla? – Nulla. Che cosa dovrei sentirmi? Il povero Re, gli parve di morire a quella risposta. E stava per andarsene zitto zitto; quando il servitore, ch’era rimasto in un canto, credette opportuno di dire sottovoce alla ragazza: – Badate, è Sua Maestà! – Ahi! Ahi! Ahi! La ragazza si sentiva un’atroce puntura al dito mignolo, e scoteva la mano: – Ahi! Ahi! Ahi! Figuriamoci il viso del Re, come capì che quella ragazza, la più bella del mondo, era destinata a quel tanghero del suo servitore! Prese in disparte il ciaba e gli disse: – Lascia fare a me; la tua figliuola sarà Regina. Tornato al palazzo reale, chiamò il servitore: – Prima che tu sposi la figliuola del ciaba, devi rendermi un servigio: mi fido soltanto di te. Portami questa lettera al Re di Spagna, e attendi la risposta; ma nessuno deve sapere dove tu vada e perché. – Maestà, sarà fatto. Prese la lettera e partì. A metà di strada incontrò quella vecchina: – Dove vai, figliuolo mio? – Dove mi portan le gambe. – Ah, poverino! Tu non sai quel che ti aspetta. Quella lettera è un tradimento! Se tu la presenti al Re, sarai subito ammazzato. Portagli questa, invece: farà un altro effetto. Allora lui prese la lettera della vecchina, e quella del Re la buttò via. Ringraziò e proseguì il viaggio. Era già passato un anno, e non si era saputo più nuova di lui. Il Re tornò dal ciaba, e disse alla ragazza: – Quell’uomo dev’essere morto: è già passato un anno e non si sa nuova di lui. Il meglio che possiamo fare è lo sposarci noialtri. – Maestà, come voi volete. Il Re fece i preparativi delle nozze, e quando fu quel giorno, andò insieme coi ministri a rilevare la sposa con la carrozza di gala. In casa del ciaba trovarono una granata ritta in mezzo alla stanza, e il Re disse ai ministri: – Ecco Sua Maestà la Regina! I ministri, stupefatti, si guardarono in viso senza osar di rispondere. – Maestà, è una granata! Il Re in quella granata ci vedeva la figliuola del ciaba, la più bella ragazza del mondo; e, presala pel manico (lui credeva di prenderla per la mano) la portò in carrozza e cominciò a dirle tante belle cose. I ministri  erano costernati  e si  sussurravano nell’orecchio: – Che disgrazia! Il Re è ammattito! Il Re è ammattito! Però, prima di arrivare in città, dove il popolo aspettava l’entrata della Regina, si fecero coraggio; e uno di loro gli disse: – Maestà, perdonate!… Ma questa qui è una granata! Il Re montò sulle furie; la prese per un’offesa alla Regina. Fece fermar la carrozza e ordinò ai soldati che legassero quell’impertinente alla coda di un cavallo, e così lo trascinassero fino al palazzo reale. Gli altri, vista la mala parata, stettero zitti. E il Re, giunto al palazzo reale, si affacciò alla finestra per mostrare al popolo la Regina: – Ecco la vostra Regina! Non avea finito di dirlo, che gli cadde come una benda dagli occhi e si vide lì, colla granata in mano, mentre tutto il popolo rideva, perché Sua Maestà pareva proprio uno spazzino. Con chi prendersela? La colpa era della sua cattiva stella, e di quella malìa della ragazza! Ma intanto s’incaponiva di più nel volerla per moglie. Il servitore tornò sano e salvo, colmo di regali. – Che rispose il Re di Spagna? – Maestà, il Re di Spagna rispose: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. Il Re fece finta di esserne contento, ma chiamò un Mago e gli raccontò ogni cosa: – Come va questa faccenda? – Maestà, la faccenda è piana. Quell’uomo possiede l’anello incantato della fata Regina, e finché lo avrà al dito,  non vi sbarazzerete di lui.  Bisogna trovare un’astuzia per portargli via quell’anello: la forza non vale. Pensa e ripensa, un giorno il Re, visto che il suo servitore era tutto sudato dal gran lavorare che aveva fatto: – Vien qua, – gli disse – vo’ darti un bicchiere del mio vino; te lo meriti. Quel vino era conciato coll’oppio, e il pover’uomo non l’ebbe bevuto, che cadde in un profondissimo sonno. Sua Maestà gli cavò l’anello dal dito, se lo mise nel suo, e così andò a presentarsi alla figliuola del ciaba: – Buon giorno, bella ragazza! La ragazza sentiva un’atroce puntura al dito mignolo e scuoteva la mano! – Ahi! Ahi! Ahi! Ora la cosa andava bene, e il Re ordinò di bel nuovo i preparativi per le nozze. E quando fu quel giorno, andò a rilevare la sposa colla carrozza di gala. Giunti al palazzo reale, disse alla Regina: – Maestà, questo è il vostro appartamento. Ma, poco dopo, quando il Re volle andare a vederla, gira di qua, gira di là, non trovava l’uscio e vedeva scritto sui muri: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. La Regina veniva ai ricevimenti di corte, veniva nella sala da pranzo dove c’erano molti invitati; poi si ritirava nel suo appartamento. Il Re voleva andare a vederla; ma, gira di qua, gira di là, non trovava mai l’uscio e vedeva sempre scritto sui muri: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. Si disperava, ma non diceva nulla a nessuno; non volea sentirsi canzonare. Quelpover’uomo del servitore, dopo un sonno di due giorni, appena aperti gli occhi, si era subito accorto che gli era stato rubato l’anello, ed era uscito dal palazzo reale, piangendo la sua sventura. Fuori le porte della città avea trovato la vecchina: – Ah, vecchina mia! Mi han rubato l’anello. – Non ti disperare, non è nulla. Quando il Re avrà sposato,  appena la Regina sarà entrata nel  suo appartamento,  pianta questo chiodo sulla soglia dell’uscio e vedrai. Perciò il Re non trovava mai l’uscio, quando voleva entrare nelle stanze della Regina. C’era quel chiodo piantato lì, che glielo impediva. Il  Re scoppiava dalla rabbia.  Fece chiamare novamente il Mago, e gli raccontò in segreto ogni cosa. – Come va questa faccenda? – Maestà, la faccenda è piana. Quell’uomo ha avuto un chiodo incantato dalla fata Regina, e l’ha piantato sulla soglia. E questa volta, Maestà, non c’è astuzia che valga: rimarrete un marito senza moglie. – Ma che offesa ho io fatto a codesta fata Regina? Non la conosco neppur di vista! – No, Maestà. Vi rammentate d’una vecchina che vi domandò l’elemosina il giorno che voi andavate la prima volta dal ciaba? Vi ricordate che la urtaste col cavallo e cadde per terra? – Sì. – Era lei, la fata Regina. Il Re dovette persuadersi che era inutile lottare con una Fata, e si rassegnò a sposare una bella ragazza, sì, ma non la più bella del mondo. Sposò la Reginotta di Francia. Il servitore sposò la figliuola del ciaba; e il Re gli diè una ricca dote e lo fece intendente di casa reale. Re e servitore ebbero molti figliuoli: E noi restiamo da cetriuoli.

C’era una volta… numero14

Che ci credete o no siamo arrivati alla quattordicesima favola! Ne sono passate di settimane da quando abbiamo iniziato! Oggi si gioca in casa, vi presenteremo infatti un autore nostrano: Luigi Capuana (Mineo, 28 maggio 1839 – Catania, 29 novembre 1915), uno scrittore, critico letterario e giornalista, teorico tra i più importanti del Verismo. Le fiabe, scritte in una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornelli, cadenze e cantilene rimangono forse la sua opera più felice. Vediamo un pò che ve ne pare, oggi è la volta di Ranocchio. Buona lettura, La mia Tata

C’era una volta… numero 13

Eccoci a venerdì, una nuova favola da leggere tutti insieme, ancora una volta dei fratelli Grimm, vi accompegnerà nel prossimo articolo: Il principe ranocchio! Immagino che leggendo il nome vi verrà in mente quasi immediatamente il recente cartone della Walt Disney “La principessa ed il ranocchio”; non vorrei deludervi ma sono due storie diverse… Come sempre Buona Lettura! La mia Tata

C’era una volta… numero 11

Siamo giunti all’undicesima fiaba del nostro C’era una volta… Abbiamo conosciuto le favole di Perrault, quelle di Andersen, adesso è la volta dei Fratelli Grimm. Jacob Ludwig Karl Grimm e Wilhelm Karl Grimm furono due linguisti tedeschi, meglio noti come i fratelli Grimm, ricordati soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca nelle opere FiabeSaghe germaniche. L’idea fu di Jacob, professore di lettere e bibliotecario. Nei loro volumi pubblicarono tuttavia anche fiabe francesi, che i Grimm conobbero attraverso un autore ugonotto che costituiva una delle loro principali fonti. Le loro storie non erano concepite per i bambini; oggi, molte delle loro fiabe sono ricordate soprattutto in una forma edulcorata e depurata dei particolari più cruenti, che risale alle traduzioni inglesi della settima edizione delle loro raccolte (1857). Le storie dei fratelli Grimm hanno spesso un’ambientazione oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi in cui accadono terribili fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare tipica tedesca. Oggi per voi abbiamo scelto: I musicanti di Brema, Buona Lettura, La mia Tata