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Il regno delle cose non accadute

Il regno delle cose non accadutedi R. Tiziana Bruno

“La vita non è la proiezione dei desideri“, soleva ripetere un sovrano alle sue due figlie. Del resto un re deve essere concreto.

La maggiore aveva preso da lui ed era altrettanto concreta e intelligente.

Sposò un principe bello e ricco, ottenendo un reame potente.Immagine La seconda, invece, si interessava solo di cose inutili e sposò un principe dall’aria bizzarra e misteriosa.

Dopo qualche anno, la sorella maggiore decise di fare visita alla sorella minore, era curiosa di visitare il suo bizzarro regno e di sapere come se la passava.

Giunta alle porte del reame trovò una scritta:

“Benvenuti nel regno delle cose non accadute”

Quando fu al cospetto di sua sorella minore, chiese spiegazioni:

-E’ dunque questo il tuo strano regno?

-Sì. Ma raccontami di te.

-Ho fatto questo e quello, tante cose.

-E poi?

-Poi basta.

-Ma dove sei stata?.

-Laggiù, lontano da qui. Ho un marito e dei figli.

-Si, ma dentro?

-Dentro cosa?

-Cos’è accaduto dentro?

-Non saprei.

-E dove andrai?

-Tornerò fuori, là dove accade la vita.

-Fuori?

-Si, lontano da qui, dalle cose non accadute.

-Ma le cose che non accadono, in realtà poi accadono lo stesso!

-Sì? E dove?

-Dentro.

Udite quelle strane parole, la sorella maggiore ripartì, fuggendo da quello regno bizzarro, pieno di pazzi e poveracci. Oggi si ha motivo di credere che le due sorelle non si siano mai più incontrate. Però è stata rinvenuta una lettera che la sorella minore scrisse poco prima di sparire, gelosamente custodita in un museo:

“Sorella adorata,

non stare in pensiero per me. Il mio regno, il regno delle cose non accadute, è affascinante e ricco quanto il tuo. Anzi di più.

E’ il regno delle cose solo immaginate, quelle che ti sei augurato che accadessero. Intensamente, di continuo, per mesi e anni o anche per ore.

Sappi che è un regno potente perché prende vita dalla tenacia del desiderio e dell’immaginazione. E’ fatto di preghiere ascoltate ed esaudite, sforzi ripagati, gesti puntuali, parole dette, frasi giuste, occasioni sfruttate, errori cancellabili, coraggio trovato, rancori dissolti, promesse mantenute, limiti scavalcati, amici ritrovati, risposte arrivate, fortune, giustizie, dolori estinti, baci, bacchette magiche, paci nel mondo, miracoli e via col vento.

Il mio regno è tutto qui, in quel sentire fedele e ostinato.

Qui, nel punto in cui il desiderio sogna e vive.

Il regno delle cose non accadute è invisibile. Tanto invisibile da sembrare inesistente. Ma è uno spazio immenso. Sono galassie e costellazioni, pianeti e soli, regioni e continenti. Città e stagioni.

Tu, sorella cara, vuoi convincerti che questo mio regno sia meno potente del tuo. Fingi che non esista, che non sia reale. Ma sei venuta a trovarmi e l’hai visto. Ti è apparso e ti ha chiamata per nome perché ti ha riconosciuta, ha riconosciuto le tue emozioni vissute. Perdute. Innegabili.

Io ho scelto di regnare nel mondo delle cose non accadute e ne sono felice.

Sono consapevole che esistono cose che è bene non far accadere mai fuori, ma solo dentro.

Il regno delle cose non accadute custodisce il segreto più profondo di tutto ciò che è.

Le cose che accadono sono soltanto cronologia, diari di bordo, rubriche.

La vita è dentro. E’ lì che accade veramente. Auguri.”

Recentemente gli storici hanno ritrovato la risposta della sorella maggiore. Stanno restaurando la lettera… speriamo di poterla leggere presto.

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Come Cama Leonte diventò verde lilla blu…

Nei tempi dei tempi una certa Cama Leonte si innamorò di tale Porco Spino. Ma per amarsi, bisogna essere in due. Ora Cama Leonte certamente amava Porco Spino; ma quest’ultimo altrettanto certamente non amava Cama Leonte. La povera Cama appena vedeva Porco che se ne andava pacificamente per un prato brucando i cardi selvatici, si precipitava e cosa trovava? Tra i cardi irti di spine, una palla anch’essa irta di spine. Cama, che per quella palla ci stravedeva, allora singhiozzava: “Porco, Porco mio bello, stenditi, apriti, comunica. Te ne prego, te ne supplico, comunica, stenditi, apriti”. Sì, fatica sprecata. Porco Spino che aveva paura del matrimonio, non rispondeva e tanto meno smetteva di fare la palla. Allora la povera Cama se ne andava sconsolata, dicendo tra sé e sé: “Tante spine e niente coraggio!”.

Basta, andò a finire che Cama Leonte, decisa a spuntarla con Porco Spino, andò a trovare O. Racolo, uno stregone vecchio bacucco, molto irascibile e di poche parole, che viveva in fondo ad un bosco, dentro una grotta. O. Racolo, sentito il caso, disse subito, con la sua vociona cavernosa:

“Cama, Cama

t’ama, non t’ama”.

Cama Leonte domandò: “Che vuol dire?”. E O. Racolo:

“Alla margherita

strappa le foglie

al Porco Spino

strappa le spine”.

A farla breve, il rimedio suggerito da O. Racolo era il seguente: avvicinarsi a Porco Spino nel momento in cui faceva la palla, e, come si fa con i petali della margherita, strappargli via via le spine, ripetendo: “M’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama”. Le spine, con quel ritornello, sarebbero venute via con facilità, proprio come i petali della margherita. E Porco Spino non avrebbe più potuto fare la palla. O. Racolo concluse: “Attenta, però, che, dopo, non avrà più spine! E Cama Leonte, alzando le spalle: “E che me ne importa? Mica gli voglio bene per le spine”.

Detto e fatto. Porco Spino va a brucare; Cama Leonte si precipita; Porco Spino fa la palla; Cama Leonte prende a strappargli le spine ripetendo: “M’ama, non m’ama”. Le spine, a quelle parole, vengono via con la massima facilità.

“M’ama, non m’ama”; alla fine , ecco Porco Spino del tutto privo di aculei, nudo come un verme in forma di palla. Allora, vedendo quella palla morbida color rosa confetto, Cama Leonte gridò: “Ma non è lui, non è lui, dovevi dirmelo. O. Racolo, che l’amavo perché aveva le spine, non è più lui e io non l’amo più!”.

O. Racolo disse con severità: “Sotto queste spine c’era il verme. Non lo sapevi questo? Adesso ama il tuo verme e lasciami in pace”.

E Cama Leonte: “Ahimè, ho capito troppo tardi che in realtà l’amavo perché aveva le spine”.

Allora Racolo domandò: “insomma lo vuoi sposare il tuo Porco senza spine, sì o no?”

“Assolutamente, no”.

Arrabbiatissimo, O. Racolo gridò: “E io ti punirò. D’ora in poi, dovunque ti poserai, prenderai il colore della cosa sulla quale ti posi, affinché tutti sappiano che sei una banderuola e cambi idea facilmente e non sei capace di amare nessuno perché via via puoi amare tutti”. Così dicendo, prese la rincorsa e diede un calcio nel sedere a Cama Leonte, scagliandola nel cielo. Ora, aveva piovuto e c’era un magnifico arcobaleno che andava da una parte all’altra dell’orizzonte e Cama Leonte, sbalzata su su fino all’arcobaleno, diventò via via, come aveva detto O. racolo, rossa, verde, azzurra, gialla, blu, lilla, bianca, marrone e così via e così via. Poi andò a cadere su un ramo di mimosa e diventò verde a palline gialle; dalla mimosa capitombolò su un roseto e si fece rosso fuoco; dal roseto atterrò su un’aiuola di panzé ed eccolo viola con tante screziature d’oro.

Da allora Porco Spino è diventato Porco ma senza spine, cioè il nostro comune maialetto. Ma i suoi fratelli porcospini hanno gli aculei e fanno la palla.

Quanto al camaleonte, bravo chi lo trova; perché prende il colore della cosa su cui sta posato e, per così dire, diventa invisibile. Per esempio, potrebbe essersi posato sui tuoi capelli e averne preso il colore e tu non te ne accorgi perché non lo vedi. A proposito, che colore hanno i tuoi capelli? Sono biondi? Neri? Castani? Rossi?

Viola la cicogna (II parte)

(…) Viola, come era di abitudine per le cicogne consegna-bambini, si era già documentata riguardo la famiglia dove sarebbe dovuta giungere intorno la metà di gennaio. Aveva studiato bene la mappa, evidenziato le strade migliori, la bussola poi non le mancava mai: avrebbe potuto fare consegne in qualsiasi parte del mondo. Non era il viaggio che la turbava. Era l’insegnamento che doveva attuare che non le andava tanto a genio. Nel corso della sua vita Viola aveva ascoltato le parole di Herbart, di Rousseu, di Steiner, della Montessori e di molti altri pedagogisti e da ognuno aveva tratto grandi lezioni che poi adoperava nella scuola paradisiaca. Il fatto che l’angioletto fosse un primogenito non era affatto un ostacolo, molte delle sue consegne erano stati i primi a nascere e lei aveva sempre saputo educare il neonato al rispetto degli altri, a non essere viziato ed egoista, ad ubbidire sempre a mamma e papà, a volte perfino a chiedere esplicitamente un fratellino o una sorellina con cui giocare. Ciò che preoccupava la nostra cicogna era la famiglia d’arrivo. La mamma ed il papà in particolar modo. Lei li conosceva bene. Tutte le cicogne, essendo messaggere del Padreterno conoscono le creature che popolano  la Terra. E Viola Lavanda aveva osservato i futuri genitori parecchie volte. Per carità, non pensate fossero delle cattive persone! Erano dei geni, menti brillanti, risultati eccellenti in ogni loro azione “Chissà che aspettative avranno” mormorava di tanto in tanto Viola, “chissà che aspettative…” La mamma era stata educata durante i nove mesi da Mrs Pink-Stork. La signora Pink aveva preparato bene quella creatura: conosceva l’inglese, il cinese, un pò anche il francese e il tedesco ma soprattutto a qualunque lingua si accostava riusciva sempre a farsi capire e quindi comunicare, non è cosa da poco! Il padre, invece, era stato uno dei pochi privilegiati ad avere in cielo due educatori, Signora Rossa e Signor Nero. Erano le cicogne più preparate del cielo, solo che i loro pensieri erano assolutamente contrastanti, troppo democratica e proletaria lei, troppo individualista e accentratore lui,  proprio per questo andavano in giro in coppia, chi sapeva trarre educazione dai loro insegnamenti riusciva ad essere equilibrato altrimenti filosofo…


C’era una volta… numero 15

Come vi avevo preannunciato ieri C’era una volta… questa settimana è stato anticipato ad oggi, giovedì, ma dalla settimana prossima continuerà a tenerci compagnia come sempre di venerdì. Oggi vi presentiamo un’altra fiaba di Luigi Capuana. Andiamolo a conoscere meglio. Luigi Capuana nacque nel 1839 a Mineo, in Sicilia. Studente di Legge a Catania dal 1857, cominciò ben presto ad interessarsi alla letteratura e in special modo alla poesia popolare, seguendo la sensibilità romantica, allora dominante. Nel ’63 tornò a Mineo, dove compose dei drammi, sempre d’ispirazione romantica, poi rappresentati da una compagnia d’attori filodrammatici. L’anno seguente si stabilì a Firenze che, in quanto capitale d’Italia, accoglieva l’élite culturale del paese: qui il Capuana conobbe il Prati, l’Aleardi e cominciò ad interessarsi all’opera di Balzac e di altri romanzieri francesi. Proprio a Firenze iniziò la carriera di critico scrivendo recensioni teatrali per La Nazione, grazie alle quali si fece notare per l’acutezza e la spregiudicatezza dei giudizi. Fu in questo periodo, inoltre, che s’avvicinò al pensiero di Hegel e studiò le opere del De Sanctis, cominciando così a definire quelle che in seguito sarebbero state le basi teoriche del Verismo. Tornato a Mineo nel 1869 in qualità di ispettore scolastico, ne divenne sindaco e vi intrecciò una relazione con una popolana, dalla quale ebbe dei figli in seguito abbandonati. Nel ’77 si trasferì a Milano e qui, nel ’79, diede alle stampe il primo romanzo verista, Giacinta, che all’uscita scatenò una ridda di polemiche e di attacchi di ordine sia morale, sia stilistico. Molto successo ebbero invece le varie raccolte di fiabe per bambini, nelle quali trovava posto il suo vivissimo interesse per il folklore, incoraggiato anche dall’incontro col grande demologo Pitré, più volte introdotto nei racconti sotto le spoglie del Mago Tre Pi. Nell’80-82 uscirono i suoi Studi sulla letteratura contemporanea e, all’incirca nello stesso periodo, mise in atto, nel romanzo Scurpiddu, il criterio verista dell’attenta descrizione psicologica dei personaggi in relazione all’ambiente. Nell’85, a Milano, uscì la seconda edizione di Giacinta e la sua fama di teorico e critico cominciò ad allargarsi tanto che, nel 1902, gli fu assegnata la cattedra di lessicografia e di stilistica all’Università di Catania. Di questi anni sono i volumi di critica Per l’arte, Libri e teatro, Gli ismi contemporanei e i romanzi Profumo, La sfinge, Il marchese di Roccaverdina. Morì nel 1915. Oggi è la volta di La vecchietta. Buona lettura, La mia Tata

La vecchina

C’era una volta un Re molto giovane, che voleva prender moglie, ma voleva sposare la più bella ragazza del mondo. – E se non è di sangue reale? – gli domandarono i ministri. – Non me n’importa nulla. – Allora sappiate, Maestà, che la più bella ragazza del mondo è la figliuola di un ciaba. Ma il popolo, che è maligno,  potrebbe chiamarla: la regina Ciabatta… Maestà, non sta bene: rifletteteci meglio. Il Re rispose: – La figliuola del ciaba è la più bella ragazza del mondo? La figliuola del ciaba sarà dunque mia sposa e Regina. Andrò a vederla senza farmi conoscere; partirò domani. Ordinò che gli si sellasse uno dei suoi cavalli, e, accompagnato da un solo servitore, s’incamminò per quel paese, dove il ciaba abitava. Per via incontrarono una vecchia che domandava l’elemosina: – Fate la carità! Fate la carità! Il Re non se ne dava per inteso. La vecchina arrancava dietro il cavallo. – Fate la carità! Fate la carità! Il cavallo del Re s’adombrò, e urtò la vecchina che cadde per terra. Il Re, senza punto curarsene, tirò innanzi; ma il servitore, impietosito, scese da cavallo, la sollevò, e visto che non s’era fatta nulla di male, cavò di tasca le poche monete che aveva e gliele mise in mano: – Vecchina mia, non ho altro. – Grazie, figliuolo; si vede il buon cuore. Accetta in ricambio questo anellino e portalo al dito; sarà la tua fortuna. Arrivati in quel paese, il Re accompagnato dal servitore passò e ripassò davanti la bottega del ciaba,

finché non gli riuscì di vedere la bella ragazza, che era la più bella del mondo. Rimase abbagliato! E, senza por tempo in mezzo, disse al ciaba: – Io sono il Re: vo’ la tua figliuola per moglie. – Maestà, c’è un intoppo. La mia figliuola ha una malìa: chi le parlerà la prima volta e le farà provare una puntura al dito mignolo, quello dovrà essere il suo sposo. Possiamo provare. Il Re a questa notizia rimase un po’ turbato; ma poi pensò: – Se questa malìa è la sua buona sorte, costei dev’essere destinata a sposare un regnante. E tutto allegro, disse al ciaba: – Proviamo. Il ciaba chiamò la figliuola, senza dirle del Re; e come questi se la vide dinanzi, restò più abbagliato di prima. – Buon giorno, bella ragazza. – Buon giorno, signore. Lei non sapeva nulla della malìa. Suo padre, che sarebbe stato felice di vederla Regina, le domandò: – Non ti senti nulla? – Nulla. Che cosa dovrei sentirmi? Il povero Re, gli parve di morire a quella risposta. E stava per andarsene zitto zitto; quando il servitore, ch’era rimasto in un canto, credette opportuno di dire sottovoce alla ragazza: – Badate, è Sua Maestà! – Ahi! Ahi! Ahi! La ragazza si sentiva un’atroce puntura al dito mignolo, e scoteva la mano: – Ahi! Ahi! Ahi! Figuriamoci il viso del Re, come capì che quella ragazza, la più bella del mondo, era destinata a quel tanghero del suo servitore! Prese in disparte il ciaba e gli disse: – Lascia fare a me; la tua figliuola sarà Regina. Tornato al palazzo reale, chiamò il servitore: – Prima che tu sposi la figliuola del ciaba, devi rendermi un servigio: mi fido soltanto di te. Portami questa lettera al Re di Spagna, e attendi la risposta; ma nessuno deve sapere dove tu vada e perché. – Maestà, sarà fatto. Prese la lettera e partì. A metà di strada incontrò quella vecchina: – Dove vai, figliuolo mio? – Dove mi portan le gambe. – Ah, poverino! Tu non sai quel che ti aspetta. Quella lettera è un tradimento! Se tu la presenti al Re, sarai subito ammazzato. Portagli questa, invece: farà un altro effetto. Allora lui prese la lettera della vecchina, e quella del Re la buttò via. Ringraziò e proseguì il viaggio. Era già passato un anno, e non si era saputo più nuova di lui. Il Re tornò dal ciaba, e disse alla ragazza: – Quell’uomo dev’essere morto: è già passato un anno e non si sa nuova di lui. Il meglio che possiamo fare è lo sposarci noialtri. – Maestà, come voi volete. Il Re fece i preparativi delle nozze, e quando fu quel giorno, andò insieme coi ministri a rilevare la sposa con la carrozza di gala. In casa del ciaba trovarono una granata ritta in mezzo alla stanza, e il Re disse ai ministri: – Ecco Sua Maestà la Regina! I ministri, stupefatti, si guardarono in viso senza osar di rispondere. – Maestà, è una granata! Il Re in quella granata ci vedeva la figliuola del ciaba, la più bella ragazza del mondo; e, presala pel manico (lui credeva di prenderla per la mano) la portò in carrozza e cominciò a dirle tante belle cose. I ministri  erano costernati  e si  sussurravano nell’orecchio: – Che disgrazia! Il Re è ammattito! Il Re è ammattito! Però, prima di arrivare in città, dove il popolo aspettava l’entrata della Regina, si fecero coraggio; e uno di loro gli disse: – Maestà, perdonate!… Ma questa qui è una granata! Il Re montò sulle furie; la prese per un’offesa alla Regina. Fece fermar la carrozza e ordinò ai soldati che legassero quell’impertinente alla coda di un cavallo, e così lo trascinassero fino al palazzo reale. Gli altri, vista la mala parata, stettero zitti. E il Re, giunto al palazzo reale, si affacciò alla finestra per mostrare al popolo la Regina: – Ecco la vostra Regina! Non avea finito di dirlo, che gli cadde come una benda dagli occhi e si vide lì, colla granata in mano, mentre tutto il popolo rideva, perché Sua Maestà pareva proprio uno spazzino. Con chi prendersela? La colpa era della sua cattiva stella, e di quella malìa della ragazza! Ma intanto s’incaponiva di più nel volerla per moglie. Il servitore tornò sano e salvo, colmo di regali. – Che rispose il Re di Spagna? – Maestà, il Re di Spagna rispose: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. Il Re fece finta di esserne contento, ma chiamò un Mago e gli raccontò ogni cosa: – Come va questa faccenda? – Maestà, la faccenda è piana. Quell’uomo possiede l’anello incantato della fata Regina, e finché lo avrà al dito,  non vi sbarazzerete di lui.  Bisogna trovare un’astuzia per portargli via quell’anello: la forza non vale. Pensa e ripensa, un giorno il Re, visto che il suo servitore era tutto sudato dal gran lavorare che aveva fatto: – Vien qua, – gli disse – vo’ darti un bicchiere del mio vino; te lo meriti. Quel vino era conciato coll’oppio, e il pover’uomo non l’ebbe bevuto, che cadde in un profondissimo sonno. Sua Maestà gli cavò l’anello dal dito, se lo mise nel suo, e così andò a presentarsi alla figliuola del ciaba: – Buon giorno, bella ragazza! La ragazza sentiva un’atroce puntura al dito mignolo e scuoteva la mano! – Ahi! Ahi! Ahi! Ora la cosa andava bene, e il Re ordinò di bel nuovo i preparativi per le nozze. E quando fu quel giorno, andò a rilevare la sposa colla carrozza di gala. Giunti al palazzo reale, disse alla Regina: – Maestà, questo è il vostro appartamento. Ma, poco dopo, quando il Re volle andare a vederla, gira di qua, gira di là, non trovava l’uscio e vedeva scritto sui muri: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. La Regina veniva ai ricevimenti di corte, veniva nella sala da pranzo dove c’erano molti invitati; poi si ritirava nel suo appartamento. Il Re voleva andare a vederla; ma, gira di qua, gira di là, non trovava mai l’uscio e vedeva sempre scritto sui muri: Fai, fai, fai, Non l’hai avuta e non l’avrai. Si disperava, ma non diceva nulla a nessuno; non volea sentirsi canzonare. Quelpover’uomo del servitore, dopo un sonno di due giorni, appena aperti gli occhi, si era subito accorto che gli era stato rubato l’anello, ed era uscito dal palazzo reale, piangendo la sua sventura. Fuori le porte della città avea trovato la vecchina: – Ah, vecchina mia! Mi han rubato l’anello. – Non ti disperare, non è nulla. Quando il Re avrà sposato,  appena la Regina sarà entrata nel  suo appartamento,  pianta questo chiodo sulla soglia dell’uscio e vedrai. Perciò il Re non trovava mai l’uscio, quando voleva entrare nelle stanze della Regina. C’era quel chiodo piantato lì, che glielo impediva. Il  Re scoppiava dalla rabbia.  Fece chiamare novamente il Mago, e gli raccontò in segreto ogni cosa. – Come va questa faccenda? – Maestà, la faccenda è piana. Quell’uomo ha avuto un chiodo incantato dalla fata Regina, e l’ha piantato sulla soglia. E questa volta, Maestà, non c’è astuzia che valga: rimarrete un marito senza moglie. – Ma che offesa ho io fatto a codesta fata Regina? Non la conosco neppur di vista! – No, Maestà. Vi rammentate d’una vecchina che vi domandò l’elemosina il giorno che voi andavate la prima volta dal ciaba? Vi ricordate che la urtaste col cavallo e cadde per terra? – Sì. – Era lei, la fata Regina. Il Re dovette persuadersi che era inutile lottare con una Fata, e si rassegnò a sposare una bella ragazza, sì, ma non la più bella del mondo. Sposò la Reginotta di Francia. Il servitore sposò la figliuola del ciaba; e il Re gli diè una ricca dote e lo fece intendente di casa reale. Re e servitore ebbero molti figliuoli: E noi restiamo da cetriuoli.

C’era una volta… numero14

Che ci credete o no siamo arrivati alla quattordicesima favola! Ne sono passate di settimane da quando abbiamo iniziato! Oggi si gioca in casa, vi presenteremo infatti un autore nostrano: Luigi Capuana (Mineo, 28 maggio 1839 – Catania, 29 novembre 1915), uno scrittore, critico letterario e giornalista, teorico tra i più importanti del Verismo. Le fiabe, scritte in una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornelli, cadenze e cantilene rimangono forse la sua opera più felice. Vediamo un pò che ve ne pare, oggi è la volta di Ranocchio. Buona lettura, La mia Tata

Ranocchio

Questa è la bella storia di Ranocchino porgi il ditino, e sentirete qui appresso perché si dica così. Si racconta dunque che c’era una volta un povero diavolo, il quale aveva sette figliuoli, che se lo rodevano vivo. Il maggiore contava dieci anni, e l’ultimo appena due. Una sera il babbo se li fece venire tutti dinanzi. – Figliuoli – disse – son due giorni che non gustiamo neppure un gocciolo d’acqua, ed io, dalla disperazione, non so più dove dar di capo. Sapete che ho pensato? Domani mi farò prestar l’asino dal nostro vicino, gli porrò le ceste e vi porterò attorno per vendervi. Se avete un po’ di fortuna, si vedrà. I bimbi si misero a strillare; non volevano esser venduti, no! Solo l’ultimo, quello di due anni, non strillava. – E tu, Ranocchino? – gli domandò il babbo, che gli avea messo quel nomignolo perché era piccino quanto un ranocchio. – Io son contento – rispose. E la mattina quel povero diavolo se lo prese in collo, e cominciò a girare per la città. – Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino! Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera! S’affacciò alla finestra la figlia del Re. – Che cosa vendete, quell’uomo? – Vendo questo bimbo, chi lo vuol comprare. La Reginotta lo guardò, fece una smorfia e gli sbatacchiò le imposte sul viso. – Bella grazia! – disse quel povero diavolo. E riprese ad urlare: – Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino! Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera! Quel povero diavolo non avea coraggio di tornare a casa,  dove gli altri figliuoli lo aspettavano come tant’anime del purgatorio, morti di fame. Ranocchino intanto gli s’era addormentato addosso. Allora lui pensò ch’era meglio ammazzarlo, piuttosto che vederlo patire: gli avrebbe ammazzati tutti, quei figliuoli, ad uno ad uno; e cominciava da questo! Era già sera: e, uscito fuor di città, si ridusse in una grotta, dove non poteva esser veduto da nessuno. Adagiò per terra il bimbo che dormiva tranquillamente, e prima d’ammazzarlo si mise a piangerlo: – Ah, coricino mio! E debbo ammazzarti  con queste mani,  debbo ammazzarti! Ah, Ranocchino mio! E non ti vedrò più per la casa, non ti vedrò! Ah, coricino mio! E chi fu la strega che te lo cantò in culla, chi fu? Ah, Ranocchino mio! E debbo ammazzarti  con queste mani,  debbo ammazzarti! Spezzava il cuore perfino ai sassi. – Che cosa è stato, che piangi così? Il povero diavolo si voltò e vide una vecchia seduta a traverso la bocca della grotta, con un bastoncello in mano. – Che cosa è stato! Ho sette figliuoli piccini e moriamo tutti di fame. Per non vederli più patire, ho deliberato d’ammazzarli; e comincio da questo. – Come si chiama? – Si chiama Beppe; ma noi gli diciamo Ranocchino. – E Ranocchino sia! La vecchia toccava appena il bimbo col bastoncello, che quegli era già diventato un ranocchio e saltellava qua e là. Il povero padre rimase spaventato. -Fatti coraggio! – gli disse la vecchia – Fruga in quel canto; c’è del pane e del formaggio: mangerete per questa sera. Domani a mezzogiorno, aspettami sotto le finestre del palazzo reale: sarà la tua fortuna. Quando i figliuoli lo videro tornare senza il fratellino, si misero a strillare. – Zitti! Ecco del pane e del formaggio. – Ma Ranocchino dov’è? – È morto! Disse così per non esser seccato. E il giorno appresso, prima dell’ora fissata, andava ad appostarsi sotto le finestre del palazzo reale. Aspetta, aspetta, la vecchia non compariva. La figlia del Re era a una finestra, che si pettinava. Lo riconobbe e gli domandò, per canzonatura: – O quell’uomo, e Ranocchino ve l’han comprato? Ma prima che quello rispondesse, ecco la vecchia con una coda di gente dietro. La gente fece crocchio e la vecchia, nel mezzo, diceva: – Ranocchino, porgi il ditino! E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli altri avevano un bel dirgli: – Ranocchino, porgi il ditino -; non se ne dava per inteso. Una meraviglia non mai vista. E tutti pagavano un soldo. La Reginotta fece chiamar la vecchia sotto la finestra; voleva veder anche lei. – Ranocchino, porgi il ditino! Rimase ammaliata. E corse subito dal Re. – Babbo, se mi vuoi bene, devi comprarmi quel Ranocchino. – Che vorresti tu farne? – Allevarlo nelle mie stanze: mi divertirò. Il Re acconsentì. – Buona donna, quanto volete di quel Ranocchino? – Maestà, lo vendo a peso d’oro. È quel che vale. – Voi canzonate, vecchia mia. – Dico davvero. Domani varrà il doppio. Ranocchino, porgi il ditino! E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli altri avevano un bel dirgli: – Ranocchino, porgi il ditino -; non se ne dava per inteso. – Vedi? – disse il Re alla Reginotta. – Occorre anche la vecchia. La Reginotta non s’era provata. – Ranocchino, porgi il ditino! Ranocchino spiccò un salto,  le fece una bella riverenza e le porse il ditino. Allora bisognò comprarlo: se no, la Reginotta non si chetava. Posero Ranocchino in un piatto della bilancia e un pezzettino d’oro nell’altro, ma la bilancia non lo levava. Possibile che quel  Ranocchino pesasse tanto? Colmarono d’oro il piatto ma la bilancia non lo levava. La Reginotta e la Regina si tolsero gli orecchini, gli anelli, i braccialetti e li buttarono lì. Nulla! Il Re si tolse la cintura, ch’era d’oro massiccio, e la buttò lì. Nulla! – Anche la corona! Vorrei ora vedere!… Allora la bilancia levò esatta; non mancava un pelo. La vecchia si rovesciò quel mucchio d’oro nel grembiule e andò via. Quel povero diavolo l’attendeva all’uscita. – Tieni! E gli riempì le tasche. – Però bada! Spendi tutto a tuo piacere; ma la corona reale, se tu la vendi o la perdi, guai a te! La Reginotta si  spassava,  tutto il  giorno,  con Ranocchino. – Ranocchino, porgi il ditino! Era una bellezza. Lo teneva sempre in mano, lo portava seco dovunque. A tavola, Ranocchino doveva mangiare nel piatto di lei. – Una cosa sconcia! – diceva la Regina. Ma quella era figlia unica, e le perdonavano tutti i capricci. Arrivò il tempo che la Reginotta dovea andare a marito. L’avea chiesta il Reuccio del Portogallo, e il Re e la Regina n’eran contentissimi. Lei disse di no: Voleva sposare Ranocchino! Poteva darsi? Intanto non c’era verso di persuaderla. – O Ranocchino, o nessuno! – Te lo do io Ranocchino! E il Re, afferratolo per una gambetta, stava per sbatacchiarlo sul pavimento; ma entrò un’aquila dalla finestra che glielo strappò di mano e sparì. La Reginotta piangeva giorno e notte.  Povera figliuola, faceva pena! E tutta la corte stava in lutto. Intanto in casa di Ranocchino pareva tutti i giorni carnovale. Spendi e spandi; mezzo vicinato banchettava lì e i danari andavano via a fiumi. Finalmente non ci fu più il becco d’un quattrino. – Babbo, vendiamo la corona reale. – La corona reale non si tocca! – Si dee crepar di fame? Vendiamola! – La corona reale non si tocca. Quel povero diavolo tornò nella grotta in cerca della vecchia, e si mise a piangere. – Che cosa è stato? – Mammina mia, i quattrini son finiti e quei figliuoli vorrebbero vendere la corona reale; ma io non l’ho permesso. – Fruga in quel canto. C’è del pane e del formaggio; mangerete per questa sera. Domani a mezzogiorno, aspettami sotto le finestre del palazzo reale: sarà la tua fortuna. Tornò a casa, e trovò una tragedia! Cinque figliuoli erano stesi morti per terra in un lago di sangue; uno respirava appena: – Ah, babbo mio! È venuta un’aquila forte e picchiò alla finestra. “Ragazzi, fatemi vedere la corona reale.” “Il babbo la tiene sotto chiave.” “E dove l’ha riposta?” “In questa cassa.” Allora, a colpi di becco, cominciò a scassinarla; e siccome noi ci si opponeva, ci ha tutti ammazzati. Detto questo, spirò. Quel povero diavolo si sentì rizzare i capelli. I figliuoli morti e la corona sparita! Il giorno dopo, quando vide la vecchia, le raccontò ogni cosa. – Lascia fare a me! – rispose quella. La Reginotta stava malissimo. I medici non sapevano più quali rimedi adoprare. – Maestà,  – dissero,  all’ultimo – qui  ci  vuol Ranocchino, o la Reginotta è spacciata. Il Re si disperava: – Dove prenderlo quel  maledetto Ranocchino? L’aquila lo aveva già digerito da un pezzo. Si presentò la vecchia: – Maestà, Ranocchino ve lo farei trovare io; ma ci vuole un gran coraggio. – Mi lascerei anche fare a pezzi rispose il Re. – Prendete un coltello di diamante, il più bel bue della mandria, una corda lunga un miglio, e venite con me. Il Re prese il coltello di diamante, il più bel bue della mandria, una corda lunga un miglio, e partì insieme colla vecchia. Nessuno dovea seguirli. Camminarono due giorni,  e al  terzo,  verso il tramonto, giunsero in una pianura. Lì c’era la torre incantata, senza porte e senza finestre, alta un miglio. – Ranocchino è qui! – disse la vecchia. – Quegli uccellacci che aliano attorno alla cima, sono i suoi carcerieri. Bisogna montare lassù. – O come? – Maestà, ammazzate il bue e vedrete. Il Re ammazzò il bue. – Maestà, scorticatelo e lasciate molta carne attaccata al cuoio. Il Re lo scorticò e lasciò molta carne attorno al cuoio. – Ora rivolteremo questo cuoio – disse la vecchia. – Io vi ci cucirò dentro. Scenderanno gli uccellacci e vi porteranno lassù. La notte, spaccherete il cuoio col coltello di diamante; e la mattina quando l’aquila e gli uccellacci saranno andati via per la caccia, attaccherete la corda alla cima, prenderete Ranocchino e la corona reale, metterete il coltello fra i denti e vi lascerete andar giù. Il Re esitava. – E se la corda si spezzasse? – Tenendo il coltello fra i denti non si spezzerà. Il Re, per amor della figliuola, si lasciò cucire dentro il cuoio. E, subito, ecco gli uccellacci di preda che lo afferrano cogli arti gli e se lo portano lassù. La notte, spaccò il cuoio col coltello di diamante e andò a nascondersi in fondo a uno stanzino. Quando fu giorno, aspettò che l’aquila e gli uccellacci di preda andassero a caccia, attaccò la corda alla cima della torre, prese Ranocchino e la corona reale, e si lasciò andar giù. E il coltello? L’aveva dimenticato. Allora la corda cominciò a nicchiare: – Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere. Come rimediare? Il Re si morse una vena del braccio e ne fece schizzar il sangue. Intanto scivolava giù. Ma poco dopo la corda da capo: – Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere. Il Re si morse la vena dell’altro braccio e ne fece schizzar il sangue. Intanto scivolava giù. Ma la corda da capo: – Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere. Il Re, visto che ci voleva pochino a toccar terra: – E spezzati! – rispose. Infatti si spezzò; ma lui, per sua fortuna, se la cavò con qualche ammaccatura. Per le vene ferite delle braccia la vecchia cercò un’erba, e gliele medicò con essa, e gli sanarono a un tratto. Appena visto Ranocchino, la Reginotta cominciò a riaversi. – Ranocchino, porgi il ditino! E Ranocchino porgeva il ditino, e a lei soltanto. Il Re, per finirla, voleva far subito le nozze. Ma la vecchia gli disse: – Bisogna aspettare ancora un mese. Intanto fate preparare una caldaia d’olio bollente. – A che farne? – Lo saprete poi. Quando fu il giorno, l’olio bolliva nella caldaia. Venne la vecchia e dietro a lei quel povero diavolo con un carro, su cui erano distesi i cadaveri dei sei figliuoli. – Reginotta, – disse la vecchia – volete sposare Ranocchino? Bisogna prenderlo per un piede e tuffarlo tre volte in quell’olio. La Reginotta esitava. – Tuffami, tuffami! – le disse Ranocchino. Allora lei lo tuffò. Uno, due! Ma la terza volta le scappa di mano e casca in fondo alla caldaia. La Reginotta si svenne. Il Re voleva far ammazzare la vecchia; ma questa, afferrati in fretta in fretta quei morticini e buttatili nell’olio bollente, cominciò a rimestare col suo bastone, e intanto cantava: Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno! Presto fuori salteranno. Infatti ecco il figlio maggiore che salta fuori vivo, il primo. Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno! Presto fuori salteranno. E rimestava. Ed ecco saltar fuori il secondo. Così tutti e sei i fratellini. – Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno! Presto fuori salteranno. E rimestava. Ma Ranocchino venne soltanto a galla e non saltò. La Reginotta, appena lo scorse, tentò d’afferrarlo; la vecchia la trattenne. – Voleva scottarsi? Doveva fare come al solito. – Ranocchino, porgi il ditino! Ranocchino porse il ditino alla Reginotta…, e chi uscì fuori? Un bel giovane che pareva un Sole. La Reginotta lo riconobbe pel bimbo che quel povero diavolo volea vendere, e gli domandò scusa d’avergli sbatacchiato le impòste sul viso. Ranocchino, si capisce, le aveva già perdonato. Si fecer le nozze con magnifiche feste, e Ranocchino, a suo tempo, ebbe la corona reale. Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta; Chi non gli piace, me la riporti.