• ❤ Sarah ❤

  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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  • «Limitarsi a vivere non è abbastanza. C’è bisogno anche del sole, della libertà e di un piccolo fiore.» (Hans Christian Andersen)
  • L'uomo ha bisogno delle favole. Il fascino dei racconti fantastici che lo seduce in millenni, ha il potere di riportarlo alla normalità.... camminando a braccetto con Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco, può ritrovare l'identità' perduta e capire meglio la realtà della vita" R. Battaglia
  • Senza la fantasia, senza la capacità di sognare, senza la poesia, siamo solo degli uomini. Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare o perlomeno sollevarci da terra quel tanto che basta per sentirci qualcosa di più.

  • Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Talmud ebraico
  • Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. A. Baricco
  • I bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare. Francoise Dolto

E anche se siamo quasi a Natale sotto la doccia cantavo…

notte di ferragostocalda la spiaggia e caldo il mare

freddo questo mio cuor senza te.

notte di ferragosto,

il mio pensiero

torna da te,

forse tra le tue braccia

c’e’ lei, c’e’ lei

e mi accorgo di amarti

ogni giorno di più

anche se mi ripeto

che l’amore non c’e’

non c’e’, non c’e’

no,perché se ci fosse

un amore così,

come quello che provo,

questa notte per te,

per te, per te

tu saresti con me.

e mi accorgo di amarti

ogni giorno di più

anche se mi ripeto

che l’amore non c’e’

non c’e’, non c’e’

no, perché se ci fosse

un amore così,

come quello che provo,

tu saresti con me,

con me, con me.

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Un bacio

Dateli i baci! Dateli a chi amate, dateli a chi è triste e a chi non li sa dare. Dateli a chi non se li aspetta. Dateli sempre. Dateli all’improvviso. Dietro un bacio dato all’improvviso, ci sono parole meravigliose…M. L. Gitana

Incrociamo le dita

Lo fate tutti per me??

L’estate di John Wayne

Quello che resta da dire lo diremo domattinaStasera ho voglia di cantare, di gridare, di ballare in riva al mare…

Numeri primi

Il fascino di perdersi nelle costellazioni dipinte da Mirò 

Il cielo brulicante di stelle è la consolazione dei solitari e dei vagabondi. Le costellazioni indicano la direzione a quelli che brancolano nell’ oscurità. Le Costellazioni di Miró sono una serie di 23 tempere: un ciclo di opere dello stesso formato, che rimano fra loro combinando gli stessi elementi come note musicali, e infatti paragonate alle Variazioni Goldberg. Miró dipinse la prima il 21 gennaio del 1940, nella casa che aveva preso in affitto a Varengeville sur Mer, in Normandia. Dagli anni ‘ 20 aveva trovato un equilibrio fra le sue due patrie: quella d’ origine e quella che si era scelto. Come Persefone, fluttuava tra il sole e la notte: l’ estate in Catalogna, l’ inverno a Parigi. Dal 1937, però, era un esule, e aveva perso i mesi di luce. La guerra lo braccava, anche se aveva partecipato a quella civile spagnola solo da pittore: esponendo l’ enorme El Segador – il contadino in rivolta – nel padiglione della Repubblica all’ Expo di Parigi del 1937, insieme a Guernica di Picasso. Nel 1939, la guerra – mondiale ormai – lo aveva raggiunto. A Varengeville Miró trascorse mesi di solitudine e sgomento, ascoltando musica, leggendo poesie e osservando gli acquitrini, le nuvole, il silenzio. Le stelle lenivano l’ orrore, gli restituivano la bellezza dell’ universo e il passato che temeva perso per sempre. Da bambino,a Mont-roig, il padre, orefice, orologiaio e astronomo dilettante, gli aveva insegnato a decifrare il firmamento col telescopio. Riprese i pennelli. Frappose fra sé e la guerra l’ infinito del cielo dipinto. Scelse come supporto la carta (raschiandola, sfregandola e torturandola), e come medium l’ acqua e il fuoco (colori ad acqua e benzina). Poi, astraendosi da tutto, come in sogno, iniziò a cartografare le sue costellazioni su fogli di 46 cm x 38 (più o meno due volte un A4). Intitolò la prima Le lever du soleil. Con pazienzae cura maniacale del contrappunto di forme e colori, ne realizzò dieci. Alcune erano rade di segni, come il cielo pallido nella notte di plenilunio; altre fittissime, come nel cielo buio di luna nuova. Nel maggio del 1940 i nazisti bombardarono la Normandia, e Miró salì sull’ ultimo treno per Parigi – da cui gli abitanti fuggivano, in attesa della catastrofe. Stretto fra Hitler e Franco, scelse la geografia degli affetti. Si rifugiò a Palma di Maiorca, isola-madre (lì era nato il nonno materno). Nascosto per timore di ritorsioni dei falangisti, anonimo, oppresso dalla sensazione che non ci fosse un futuro. «Mi dicevo» ha raccontato dopo «vecchio mio, sei fregato. Ti sdraierai sulla spiaggia e disegnerai sulla sabbia con un bastone. Oppure farai dei disegni col fumo di una sigaretta. Non potrai fare nient’ altro». Ma gli restava la libertà di dipingere. In agosto riprese le Costellazioni. Femmes encerlées par le vol d’ un oiseau, la diciannovesima, è del 26 aprile 1941. Miró – considerato il rappresentante più giocoso di una pittura automatica e onirica che attinge all’ inconscio – si nutriva di tutto e tutto inseriva nella sua creazione. Non attribuiva alle opere d’ arte un ruolo gerarchicamente superiore a quello degli oggetti, fosse pure il laccio di una scarpa. Trovava le aringhe affumicate arrotolate in una scatola di metallo belle come un rosone di Chartres. Era questa democrazia combinatoria delle cose il suo “surrealismo”. Ma non lasciava nulla al caso. Minuzioso come un artigiano, sperimentava tecniche, materie. Dal 1931 dava sempre un titolo (in francese) alle sue composizioni, e ne annotava scrupolosamente la data (giorno, mese, anno). Dunque considerava importanti l’ uno e l’ altra. Per questo non separo le Costellazioni dalla Storia che le assedia, né dalla narrativa che lui voleva evocare coi titoli: sognava opere che abbagliassero come una donna e rapissero l’ immaginazione come una poesia. «Il titoloè una realtà esatta», diceva:e solo una volta trovato il titolo l’ opera diventava reale per lui. Questo associa le due parole magiche di Miró, la donna (qui al plurale, les femmes) e l’ uccello ( l’ oiseau ): già apparsi insieme in svariate pitture, in seguito (specie negli anni ‘ 60 e ‘ 70), sarebbero stati onnipresenti, declinandosi in un’ infinità di varianti. La donna terrestre, dea madre mediterranea pagana ed eterna, simboleggia la materia; l’ uccello aereo, l’ artista – il volo, il canto e la libertà. (L’ uomo invece non è mai menzionato da Miró, sempre solo ridotto a ‘ personaggio’ ). Nelle opere ‘ selvagge’ degli anni ‘ 30 la donna è ancora riconoscibile – dalle curve, da un triangolo con la punta in alto, vago ricordo di una gonna svasata, dall’ onda doppia dei seni. Ma nelle Costellazioni le forme sono pure, sono diventate pittografie, lettere di un alfabeto misterioso.Ea spiegarle si corre il rischio di fare la fine di Éluard, che ammirò “un simbolo solare”e si sentì rispondere da Miró che era invece una patata. Bisogna abbandonarsi alla lirica astratta di questa fantasmagoria in giallo, rosso, verde e nero, quasi un graffito sulla cenere. Immagini scaturite dalla memoria di quadri già dipinti o visione di quelli futuri. Forme zoomorfe e vegetali, linee spezzate. Globi, stelle, pupille, lumaconi, spermatozoi, asterischi, occhi, triangoli e farfalle – come un geroglifico. Che ha la magica leggerezza della calligrafia orientale e degli ideogrammi dei bambini, ma forse riecheggia le incisioni rupestri che Miró aveva ammiratoa otto anni al Museo d’ Arte Catalana: gli uomini preistorici inventarono l’ arte per dialogare con l’ invisibile. Deponevano nelle grotte i simulacri degli animali che avrebbero cacciato o che li avrebbero uccisi. Era un rito, una preghierae uno scongiuro. Chiedevano la fortuna, l’ abbondanza, la vita: rappresentandola. Trasmettono lo stesso incantesimo le Costellazioni di Mirò. Trovate da soli l’ uccello in volo, in questo scintillio cosmico. Io mi azzardo a identificare la donna nella nera clessidra – forma ricorrente del quadro. Miró ci era arrivato per semplificare visivamente il seno (si veda Une étoile caresse le sein d’ une negresse, 1938). Ma l’ associazione della donna al tempo è antica. L’ ultima costellazione, il Passage de l’ oiseau divin, Miró la dipinse il 12 settembre 1941: nella casa del padre, a Mont-roig, vicino Tarragona. L’ esilio era finito, le stelle lo avevano riportato a casa. I 23 acquerelli di questo poema siderale, oggi dispersi in tutto il mondo, formavano invece un’ unica scrittura. Privatissima e impersonale, come ogni opera d’ arte. La sola che potesse,e può, guidare fuori dal labirinto della guerra e della storia verso l’ armonia – e la bellezza. MELANIA MAZZUCCO


“Le cose più semplici mi danno delle idee” J. Mirò

Io scriverò se vuoi perché cerco un mondo diverso, con stelle al neon e un poco di Universo, e mi sento un eroe a tempo perso.