Capataz

Non siamo nati mica ieri Capataz, non siamo nati mica ieri, 
non siamo mica prigionieri dentro la stella di questa bella modernità. 
Non siamo nati mica per morire qua. 
Se provi a aprire la finestra Capataz, 
e coi tuoi occhi guardi fuori, quante persone che non contano 
e invece contano e ci stanno contando già, 
stanno soltando aspettando un segno, Capataz. 
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo, 
quando cambia il tempo arriverà. 
Questo vecchio legno, quando si alza il vento, 
quando si alza il vento navigherà. 
Non siamo nati mica ieri, Capataz. 
Se provi a entrare nella mia testa, Capataz, 
e coi miei occhi guardi fuori, quante persone e quanti cuori, 
quanti colori al posto di quel grigio, quante novità. 
C’è un altro tipo di futuro, Capataz. 
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo, 
quando cambia il tempo arriverà. 
Questo vecchio legno, quando si alza il vento, 
quando si alza il vento navigherà. 
C’è un altro tipo di futuro, Capataz 

non innamorarti mai

Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive…
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.

(Martha Rivera Garrido – Santo Domingo – 19 Gennaio 1960)

Con l’ipad alle 23.51

Io ci provo. Non scrivo un articolo da mesi e adesso alle 23.51 ci provo attraverso l’ipad. Due motivi per cui dovrei smettere subito. L’ipad intendo e il fatto che siano le 23.51. E 52 oramai. L’ipad perché come ben sapete non sono tecnologicamente avanzata e l’orario perché dopo le 21, come i bravi bambini, il mio cervellino stacca la spina e va a nanna. Eppure ho una valanga di parole da vomitare, una valanga di parole che da troppo tempo tengo dentro.
Stanchezza, ansia, angoscia, premura, lavoro, preparativi, corsi, vai, vieni, dai, foto, creatività, scrittura, paura, volo, cuba, metà, principio, nuovo, casa, gatto, bimbo, salute, vita. Io.
Eccole tutte spiattellate per intero, una sorta di brain storming virtuale che gira nella mia testa senza mai fermarsi, tutte saldamente attaccate, tutte ad indicare parte di me è della mia vita. La stanchezza prima di tutte. Sono veramente esausta, mollerei tutto, senza minimo pentimento, e scapperei via sul primo volo. Sul primo treno. Anche in autostop.
Ansia e angoscia vanno e vengono durante la giornata non solo per il lavoro ma per la vita futura. Cambiamenti, motivazioni, soddisfazioni e insoddisfazioni, certezze pentimenti rimorsi rimpianti ne fanno il contorno.
Creatività e scrittura sono le parole che di solito mi spronano ad andare avanti. Perdersi dentro un buon libro, rilassarsi spargendo una tela di colore. Mi manca. Mi manca il tempo per tante cose e la sensazione è sgradevolissima. Ho bisogno di una vacanza. Lunga rilassante calda e piacevole benemerita vacanza. E ora che ci penso anche di un po’ di sonno. Ore 23.59. Io ci ho provato. Metto via l’ipad e recupero sonno. Forse.