• ❤ Sarah ❤

  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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spensieratezza

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Oggi ho cercato in internet, questo vasto spazio cibernetico, la parola spensieratezza. Se da un lato so bene cosa mi spinge a fare questo genere di ricerche, dall’altro lato mi chiedo ancora perché. Spensieratezza è un sostantivo femminile italiano che indica il non avere pensieri per la testa. Tra tutte le immagini apparse online alla parola spensieratezza ho scelto quella che accompagna questo post: cinque donne anziane sedute su un’antica balata (marmorea?) adibita a panchina. Il nero è il colore che predomina tra i loro abiti, segno palese di un lutto subito eppure nei loro visi le rughe vengono addolcite dai sorrisi non curanti del fotografo. In alcuni paesi siciliani sarebbe davvero difficile immortalare un momento del genere. Non perchè non esistano tali momenti ma le donne, specie quelle di una certa età, sono restie alla macchina fotografica. Come se anche in loro fosse instillato il pensiero africano che una foto sia in grado di rubare l’anima (o parte di essa). Personalmente rimango sempre colpita da scene del genere, quasi commossa.

Mi manca. Terrificantemente. La spensieratezza intendo. Quella sensazione di benessere che riesce ad avvolgerti dalla punta del capello alla punta del piede, quel brivido che corre lungo la schiena se sdraiata in spiaggia attorno ad un falò riesci a vedere per la prima volta una stella cadente, mi mancano le risate, l’odore di erbe selvatiche che si sentono correndo in auto col finestrino aperto. Mi manca il pane caldo appena sfornato e un forno che ti vende anche il detersivo per il bucato. Mi manca un mondo che c’è ancora ma è come se avesse sbiadito i suoi colori.

Qualche estate fa ho letto un libro di cui avrò sicuramente riportato nel blog qualche frase, si chiama “La solitudine dei numeri primi”, avrei potuto citarlo oggi, in questo post. La storia di Alice e Mattia e la loro amicizia particolare: ciascuno svolge la propria esistenza autonomamente, ma ogni volta tornano a cercarsi. Nonostante ciò non riescono a superare il muro di solitudine che li separa. I due ragazzi sono paragonati a due numeri primi gemelli (numeri primi solitari ed isolati, ma vicinissimi fra loro, poiché separati da un solo numero): accomunati dalle stesse particolarità, attratti l’uno verso l’altra, non riescono mai ad unirsi, perché divisi da un invalicabile ostacolo. Eppure NO… non può essere così!

E per argomentare questo mio discorso strampalato, di cui forse solo io riesco a trovare un capo e una coda, adopererò ancora una volta le parole di un libro letto e riletto, sottolineato, evidenziato, comprato, regalato, consigliato, citato, amato…Il Piccolo Principe:

“Dagli uomini”, disse il Piccolo Principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano” “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”… “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore “ (Saint-Exupéry, 1943, pag. 108).

Visto che la solitudine traduce nei sentimenti la separazione da qualcosa o da qualcuno, vorrei poterla trasformare nel ricordo. Il ricordo di un’esperienza vissuta, esattamente come nel racconto del Piccolo Principe.

No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?”
“E’ una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
… Ma la volpe ritornò della sua idea:“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni per esempio tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti!”.
“Che cos’è un rito?”(…)
“E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore.”(…)
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “…piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
(Saint-Exupéry, 1943).

CERCA D’ESSERE FELICE…

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non so come

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pensami solo un minuto e mi sentirò meglio dentro, non so come ma è così…

ritornando dal mare per non sentire la salita…

Anche se soffrirò
più di quello che so.
Anche se già lo so
che io mi pentirò.
Anche se lei per me
lascerebbe anche te,
non farò niente per
riportarla da me.

in Italia la colpa è sempre di un altro

Love is…

images-1 un nodo intrecciato di canapa indiana…

Oppure NO

Figlio del tecnico del suono Riccardo Pizzamiglio (collaboratore anche di Antonello Venditti per le registrazioni dell’album del 1976 Ullalla), è morto poco prima di compiere trent’anni a causa dell’AIDS. Autore dei brani che interpretava, ha partecipato a tre edizioni del Festival di Sanremo: nel 1987 (Nel mio profondo fondo), nel 1992 (Con un amico vicino, cantata in duo con Andrea Mingardi) e nel 1994 (Oppure no). In quella che è stata la sua ultima esibizione era salito sul palco sanremese quando la malattia che lo aveva colpito era giunta ormai allo stadio terminale: di lì a soli tre mesi, il cantante moriva nella sua città natale, Milano, lontano dalle luci dei riflettori. Da allora riposa nel cimitero di Lierna, in provincia di Lecco. Tra la fine degli anni ’80 e gli inizi del ’90, Alessandro Bono ha aperto i concerti di artisti quali Bob Dylan, Francesco De Gregori e Gino Paoli. Tra il ’91 e il ’92 ha collaborato agli album “Stella nascente” di Ornella Vanoni scrivendo tre brani e a “Si faran… canzone” di Loretta Goggi con due brani. Risulta come ospite anche nell’album di Riccardo Cocciante del 1991 dal titolo omonimo e in Voci 2 di Mario Lavezzi, in cui duetta anche con Cristiano De André. È ricordato per lo stile spigliato che aveva sul palcoscenico e per il repertorio delle sue canzoni che lo poneva a mezza strada, in termini di linea interpretativa, fra il genere praticato da Battisti-Mogol e quello di Vasco Rossi. Come scrive Walter Gatti nel libro “Cosa sarà, la ricerca del Mistero nella canzone italiana” parlando della sua canzone più famosa, Bono si faceva notare per una canzone bellissima, Gesù Cristo, che cantava imbranato e indeciso davanti al microfono, una canzone che esprimeva con i suoi occhi chiari a volte nascosti dalla zazzera bionda. E la canzone parlava di una Milano infelice e buzzurra, di giovani che fumavano e bevevano troppo, di tante infelicità da mettere insieme Passare il tempo qui/ Tra queste facce bianche d’infelicità/ Intorno ad un biliardo/ Depressi come questa città/ Gesù Cristo ritorna/ Perché qui abbiam bisogno di te/ Per favore ritorna/ Hanno sporcato tutto quello che c’è.

tratto da wikipedia

Voce a terra

Crema_miele_della_nonnaNella scorsa settimana ho parlato in continuazione per meeting, visite, degustazioni, un bel colpo di freddo e la mia voce è sparita. Non rauca, non bassa ma proprio sparita. Sembro quasi Ariel ne La Sirenetta di Walt Disney, intrappolata dall’incantesimo della perfida piovra. Ma infondo non è un grande problema, di piovre e di perfide sono circondata sempre e riesco a gestirle pur senza voce, e poi, rimedio della mamma Miele sciolto in acqua bollente e gocce di limone faranno il loro dovere!!