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  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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vorrei comprare un bel servizio da tè…

Mi piacerebbe avere un bel servizio da tè, uno di quelli eleganti, colorati, tazze, piattini, zuccheriera ecc ecc ma alla fine le mie tazze rispecchiano perfettamente una mia vecchia favolicchia…

Era una tazza di porcellana, tanto graziosa, vestita di azzurro, col suo braccino sul fianco. Un filetto d’oro le cingeva il collo e recava dipinti sul petto tre boccioli di rose che sembravano veri.

La tazza era felice perchè il piattino, l’adorato compagno col quale era venuta al mondo, che vestiva lo stesso colore della sua dama e aveva anch’egli il suo filetto d’oro al collo e tre boccioli di rose simili ai suoi, era sempre lì ai piedi di lei, devoto e premuroso come il più tenero dei compagni. Egli la seguiva da per tutto, guardandola di sotto in sù, sostenendola nelle sue peregrinazioni da un punto all’altro della casa, con una fedeltà senza pari. E, quando le labbra delle belle signore si apprestavano al suo orlo dorato per sorbire l’aromatica bevanda che ella offriva loro, il piattino restava a guardarla a bocca aperta per la compiacenza.

La buona tazza vedeva intorno a sè tante creature felici come lei, le altre tazzine che se ne stavano in circolo a conversare sul vassoio di argento, vedeva le larghe chicchere da tè anch’esse coi loro compagni e pensava che non si potesse vivere da soli, senza un’anima gemella con la quale dividere le gioie e le speranze della vita. Il proverbio dice: “Non v’è pentola così brutta che non trovi il suo coperchio”. Così ogni bottiglia aveva per compagno il suo turacciolo di sughero o di cristallo, la zuccheriera aveva il suo coperchio, e così pure la zuppiera, la teiera, la caffettiera; la salvietta aveva il suo anello di legno o d’argento, la scodella di brodo aveva la sottocoppa, la forchetta aveva il cucchiaio e la pentola il suo mestolo.

Quei burloni dei bicchieri, che non sentivano il bisogno di aver moglie, guardavano con commiserazione le tazzine, che non sapevano vivere senza un appoggio, e spesso si urtavano tintinnando come se si ridessero di loro. Ma la Tazza Turchina non si curava di quei monelli ed era contenta della propria sorte.

Un disgraziatissimo giorno però accadde che la nostra povera tazza rimase sola per colpa dei monelli dei bambini che per gioco ruppero il suo amatissimo piattino.

La mamma sgridò i monelli ma mise al bando la tazza. Essa non poteva più decorosamente stare in circolo con le sue compagne sul vassoio d’argento e fu relegata in cucina, in un cantuccio buio, dove non faceva che sospirare.

“Non ti angustiare così” cercavano di consolarla le casseruole e i tegami, meglio sole che male accompagnate.

No, no protestava lei, voi dite così perchè avete i vostri coperchi. Ora io sono qui abbandonata da tutti e non sapeva rassegnarsi alla sua triste sorte e sospirava da mattina a sera.

Ma bisogna aver fiducia nella Provvidenza, la quale c’è per tutti, anche per le tazzine che sono rimaste vedove.

Ed ecco capitare un giorno in cucina un piattino da tè, tutto afflitto che si lagnava come un’anima in pena.

Che cos’hai? domandò la Tazza. Perchè ti disperi in questo modo?

Se sapessi amica mia, avevo una compagna tanto bella e tanto buona, una tazza turchina simile a te, con le labbra d’oro come le tue, e i boccioli di rose sul petto come i tuoi. Quell’indemoniato del micio me l’ha buttata giù con la zampina, ed io sono rimasto vedovo.

Non ti affliggere, lo confortava la tazza. Ho perduto anch’io il mio piattino che era simile a te, e aveva un cerchietto d’oro e i boccioli di rose come te. Non bisogna disperare, amico mio, sentenziò giudiziosamente la tazzina. Dio vede e provvede. E così fu, poichè quando la signora si recò in cucina e vide uno accanto all’altro il vedovo e la vedova capì che erano proprio fatti uno per l’altra. Chi si somiglia si piglia. O come mai non ci aveva pensato? Spolverò la tazzina, la lavò bene e l’asciugò col tovagliolo. La tazza turchina divenne più bella di prima e ritornò col suo compagno a prender posto nel vassoio d’argento, in mezzo alle altre coppie felici.

Andava di moda tra l’altro offrire sullo stesso vassoio tazze di differenti dimensioni e forme, era felice pertanto anche la proprietaria di quella tazza turchina.

Insomma come si dice sempre alla fine delle storie: erano tutti felici e contenti.

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Una Risposta

  1. chi si somiglia si piglia! … brava, bella favolicchia 😉

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