• ❤ Sarah ❤

  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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  • «Limitarsi a vivere non è abbastanza. C’è bisogno anche del sole, della libertà e di un piccolo fiore.» (Hans Christian Andersen)
  • L'uomo ha bisogno delle favole. Il fascino dei racconti fantastici che lo seduce in millenni, ha il potere di riportarlo alla normalità.... camminando a braccetto con Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco, può ritrovare l'identità' perduta e capire meglio la realtà della vita" R. Battaglia
  • Senza la fantasia, senza la capacità di sognare, senza la poesia, siamo solo degli uomini. Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare o perlomeno sollevarci da terra quel tanto che basta per sentirci qualcosa di più.

  • Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Talmud ebraico
  • Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. A. Baricco
  • I bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare. Francoise Dolto

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Romeo, Giulietta, Shakespeare…e me

ROMEO: Ride delle cicatrici, chi non ha mai provato una ferita.(Giulietta appare ad una finestra in alto) Ma, piano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l’oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell’astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. E’ la mia signora; oh! è l’amor mio!
Oh! se lo sapesse che è l’amor mio! Ella parla, e pure non proferisce accento: come avviene questo? E’ l’occhio suo che parla; ed io risponderò a lui. Ma è troppo ardire il mio, essa non parla con me:
Due fra le più belle stelle di tutto il cielo, avendo da fare altrove, supplicano gli occhi suoi di voler brillare nella loro sfera, finché esse abbian fatto ritorno. E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù, e le stelle fossero nella fronte di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno fa impallidire la fiamma di un lume; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l’etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantare, credendo finita la notte. Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss’io un guanto sopra la sua mano, per poter toccare quella guancia!
GIULIETTA: Ohimè!
ROMEO: Essa parla. Oh, parla ancora, angelo sfolgorante! poiché tu sei così luminosa a questa notte, mentre sei lassù sopra il mio capo come potrebbe esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortali, che nell’alzarsi non mostra che il bianco, mentre varca le pigre nubi e veleggia nel grembo dell’aria.
GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all’amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa “Montecchi”? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.

Romeo, perchè ti chiami Romeo? Cambia il tuo nome. In fondo, che cos’è un nome? Quella che noi chiamiamo una rosa, con qualsiasi altro nome, profumerebbe altrettanto dolcemente”. Con questa bellissima frase della scena al balcone, ecco spiegato il significato dell’immortale e più celebrata opera di Shakeaspeare. Noi siamo quello che siamo. Non importa come ci chiamiamo (la relatività di tutte le cose), ma quello che realmente abbiamo nel cuore. Questa incantevole opera, che rimane scolpita nell’anima, è, a mio parere, fra tutte dedicate all’amore, la più poetica ed, insieme, la più originale. Anche il film del grande Zeffirelli è un capolavoro. Questa è la tragedia dell’amore giovanile, del primo, indimenticabile amore. I giovani, quando si amano, distruggono solo se stessi, a differenza degli adulti, i quali, insieme a loro, distruggono il mondo intero (infatti l’amore adulto, in Shakeaspeare, è rappresentato dall'”Antonio e Cleopatra”). Davanti all’odio, c’è sempre l’amore, che può nascere dovunque, anche tra nemici. Allora cosa importa come ci chiamiamo e chi siamo? Importa ciò che sentiamo dentro di noi. Una rosa è sempre una rosa, anche se, nel linguaggio, si dovesse chiamare tavolo o sedia. Così noi siamo, e saremo sempre, solo noi stessi, con tutti i nostri pregi e i nostri difetti. Si può quindi amare chiunque, basta che risponda alle necessità del nostro cuore. E questa rosa, il più magico dei fiori, che ben rappresenta l’amore, potrà profumare in eterno e crescere dovunque trovi terreno fertile, ossia il vero bisogno di amare e di essere amati.

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…e mangio cioccolata!!

I risultati di una nuova ricerca confermano le proprietà anti depressive del cioccolato.  Cioccolato antidepressivo? Arriva la conferma scientifica: mangiare cioccolato fa scattare la stessa risposta chimica nel cervello dei potenti farmaci anti-ansietà.
Secondo una ricerca condotta presso la University of New South Wales a Sydney e guidata dall’esperto in depressione Gordon Parker, le persone depresse che cedono alla voglia di cioccolato in realtà si autosomministrano la giusta medicina.
L’ingestione di cioccolato fa scattare una reazione ormonale e chimica nell’organismo assai simile all’azione di una particolare classe di farmaci antidepressione conosciuti come SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors), sostiene Parker, il cui studio è stato pubblicato sull’American Journal of Psychiatry.

sposarsi allunga la vita

Lo ha provato un nuovo studio dell’università di Cardiff, secondo il quale mettendo l’anello al dito lui vede lievitare i benefici fisici mentre lei ci guadagna in salute mentale. Secondo i ricercatori, la salute di lui migliora grazie agli influssi positivi della moglie, che induce il marito a stili di vita più sani, mentre per lei è l’importanza data al rapporto a due a migliorare il benessere mentale. Ma non sempre l’amore fa bene. Secondo gli studiosi le relazioni in età adolescenziale aumentano la possibilità di sviluppare sintomi depressivi tra i teenager. I dati già raccolti dimostrano poi che i single hanno un equilibrio mentale migliore rispetto a chi vive una relazione burrascosa. Senza dimenticare che la fine di una relazione e il divorzio hanno un impatto devastante sulla salute. Così come l’amore fedifrago: avere più partner è collegato a un rischio maggiore di morte prematura. …CI CREDIAMO?

canto notturno di un pastore errante dell’asia

(…) se tu parlar sapessi, io chiederei:
– Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.


Il Canto Notturno è un momento chiave per capire lo sviluppo del pensiero e della poesia leopardiana. Leopardi è spinto a considerare , utilizzando la figura di un pastore errante, la costitutiva infelicità dell’intero genere umano e anzi di tutti gli esseri viventi. Nel paesaggio asiatico, desolato e stepposo, sovrastato dalla misteriosa vastità del cielo stellato, un pastore interroga la luna sul perché delle cose e sul senso del destino umano. Ma le sue domande non trovano risposta, e il silenzio del cielo sconfinato gli conferma ciò che già sapeva, cioè che la ragione è insufficiente a comprendere il mistero delle cose e dell’esistenza universale.  Scegliendo una figura umile come protagonista della lirica, Leopardi vuole dimostrare come tutti, ricchi o poveri, intellettuali o analfabeti, si pongono le stesse domande senza risposta sul significato della vita e sull’esistenza del male; anzi, sulle labbra di un semplice pastore questi interrogativi acquistano una forza particolare, che esprime la “radice” comune della condizione umana. Il pastore assimila la propria vita alla corsa affannosa di un vecchio infermo verso la morte. Il pastore immagina che la luna, contemplando dal cielo lo spettacolo della vita terrena, possa vedere ciò che al pastore appare misterioso; la luna , infatti, dovrebbe essere in qualche modo consapevole di ciò che l’uomo ignora. Ma lo sconforto emerge nell’ammissione finale, in cui i dubbi fiduciosi lasciano spazio a una certezza terribile : a me la vita è male. Il pastore si rivolge anche alla sua greggia, che invidia in quanto essa, a differenza dell’uomo, sente la vita solo istante per istante, dimentica subito ogni stento e così non soffre “la noia”. Dunque la vita è semplicemente un male e , quando l’uomo sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo vuol dire che avverte la noia. Infine nella mente del pastore balena una possibile felicità in una condizione di vita diversa, quella degli uccelli, molto diversa dalla sua ma subito a questa immaginazione succede l’idea che in qualsiasi forma o stato la vita è un male.

come i grandi?

Un bimbo a una bimba: “Ti amo”.

“Come i grandi?”.

“No, io ti amo per davvero”.

Riflessioni mattutine

Attualmente ho l’autostima ben fissata sotto la suola delle scarpe e non riesco a trovare le coordinate mentali che voglio con chi mi circonda. E’ davvero difficile trovare qualcuno con cui si riesce a parlare liberamente, di tutto. E’ difficile trovare qualcuno che riesca ad apprezzare la semplicità. Paura e timore non sono di certo complici e la stanchezza in alcuni giorni si fa sentire abbassando l’umore per cui tanto e costantemente si lotta. Non voglio essere triste! Non lo sono… Faccio solo le mie riflessioni mattutine. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non tutte noi ragazze desideriamo maratone tra locali e discoteche, non tutte per sopravvivere abbiamo bisogno di essere al centro di grandi eventi. C’è chi non vive se non ha sincerità e rispetto, se non trova emozioni vere da condividere con qualcuno che sia bello amare. Ma siccome queste sono cose difficili da ottenere, tanto vale imbellettarsi, coprirsi di stoffe carine, sudare in palestra ed essere perennemente a dieta. Povere sognatrici come me che ogni tanto fissate ancora la finestra nella speranza di vedere arrivare un giorno qualcuno che ci possa voler bene davvero, pur non avendo mantelli azzurri e cavalli bianchi…

Da oggi gli occhi miei devo capire, lo sguardo altrove devo poggiare, guardarmi attorno e cercare di respirare, cercare di capire se son sola veramente o se un altro cuore solitario mi sta già cercando.  Capire se è giusto aspettare o mettere alla prova nuovamente il mio cuore, anche se ancora è forte il rimpianto per un amore che non vuole decollare, per un amore che non trova il coraggio per vivere, per un amore forse infantile. Capire un segno che non vuole arrivare. Capire se è possibile riprovare.

lo vuoi sapere?

Se proprio vuoi sapere chi ti ama davvero,

ma davvero…

guardati intorno e cerca uno che spegne la

luce del suo giardino,

perché tu possa veder le stelle

più lontane che puoi, nel cielo.

(I. Calvino)