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  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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…ed ho ricominciato a scrivere

Ed ho ricominciato a scrivere… Ecco una primissima bozza. Un viaggio, una giovane ragazza, un’isola, ricordi…

(…) Non è stato facile trovare casa della zia. Non ero abituata al traffico cittadino, i semafori li avevo studiati per la patente ma non ne avevo mai visti così tanti tutti insieme. Tutto era nuovo ed estremamente grande. Perfino casa della zia. Abitava da sola in una casa in cui ci si sarebbe potuti vivere comodamente in sei. La zia aveva perfino un salone, una grande stanza in cui era vietato entrare, in cui in inverno non si accendeva nemmeno il riscaldamento ma nella quale erano custoditi e ben esposti gli oggetti più preziosi del suo corredo. La zia aveva anche una stanza piena di libri. Da noi, sull’isola, queste stanze non esistevano e i libri si trovavano solo in biblioteca. Dei saloni poi neanche a parlarne ma, infondo, a chi era utile una stanza in più da pulire se nessuno doveva metterci piede?

Ambientarsi in città non è stato facile. A nessuno interessa chi sei e fare amicizia è piuttosto difficile. In città puoi trascorrere intere giornate senza parlare con nessuno e non perchè non sei uscita da casa. Esci e vedi tantissima gente ma ti avvolge la netta sensazione che tutta quella gente è come se fosse su uno strano mezzo velocissimo e invisibile. Corrono anche se non c’è alcuna fretta; non si fermano ad osservare nulla, il cielo, gli alberi, gli stessi palazzi, le architetture da loro prodotte non li incuriosiscono nemmeno e quel che è peggio è che gli abitanti della città vanno talmente di fretta che non assaporano niente, non provano curiosità per nulla fuorchè per i negozi che espongono i cartelli con su scritto “saldi”.

Vivere in città non era proprio come ci si immaginava stando seduti sulla banchina del molo. Più il tempo passava più mi rendevo conto che avevo fantasticato troppo e, come sempre, mi ero creata grandi aspettative che andavano regolarmente deluse. Immaginavo la città come una grande isola dove ciò che conoscevo già era semplicemente moltiplicato alla n potenza, ma non era affatto così.

Lasciare l’isola stava diventando qualcosa di realmente faticoso, di pesante. Un dolore con cui imparare a convivere, dolci ricordi che si sarebbero persi se non avessi iniziato a scrivere. Scrivere della mia isola così come la ricordavo. Avrei raccontato i miei scritti o li avrei custoditi dentro la scatola dei ricordi. Amo le scatole, proteggono qualcosa che qualcuno ha considerato prezioso. Le scatole sono dei custodi fedeli su cui poter sempre contare. Un dono meraviglioso è lo stupore nel riaprirle dopo tanto tempo e ritrovare i tuoi preziosi, impolverati, ma sempre ben riposti.

L’isola era come un oggetto che avevo riposto in una scatola che andavo a riaprire tutte le sere. Era il pensiero più dolce prima di lasciarsi trasportare nel mondo dei sogni. Era lì, ferma nella mente. Se avessi potuto appoggiare un foglio sulla fronte mi sarebbe stato facile anche ricalcarla. (…)

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