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  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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In Norvegia vi è un lungo sentiero

In Norvegia vi è un lungo sentiero che corre lungo numerosi tornanti cui è stato dato il nome di Trollstigen. Il sentiero collega Andalsnes alla cascata di Stigfossen e si arrampica sulla montagna con eleganza e sicurezza regalando piacevoli brividi ai viandanti che si fermano ad osservare il panorama della valle. Nei pressi del luogo dove la strada nasce, alcuni cantastorie ricordano una bambina dolce e bella di nome Hjørdis. La fanciulla aveva lunghi capelli biondi e occhi talmente profondi che ogni viandante non poteva fare a meno di fermarsi per godere della luce che emanavano.

La bambina giocava con i folletti delle foreste e adorava gli indovinelli, la sua bravura nel risolvere qualsiasi enigma era nota in tutta la valle, tanto che ogni creatura del bosco le si rivolgeva per chiedere consiglio.

Un giorno remoto, di cui solo i bardi hanno memoria, un Troll camuffato da uomo fece visita alla bambina. L’essere immondo sfidò Hjørdis ad un indovinello, proponendole un patto: se non fosse riuscita a risolverlo, egli avrebbe preso in pegno il suo cuore. L’accordo fu preso e, dopo avere recitato l’indovinello, il Troll rimase ad attendere che Hjørdis trovasse la soluzione; i giorni trascorsero ma la bambina non riuscì nell’intento e alla fine si arrese. Come pattuito, il Troll le strappò il cuore dal petto e lo portò con sé.

Del testo dell’enigma non è rimasta alcuna testimonianza, la bambina non ne parlò mai con nessuno, neppure con i viandanti che nel tempo continuarono a percorrere i sentieri di quel luogo remoto.

Dal giorno in cui le fu strappato il cuore i folletti non giocarono più con Hjørdis; qualcosa in lei era cambiato così profondamente da impedire a quelle semplici creature di entrare in contatto con la sua anima, obbligandole a starle lontano. Da allora in poi la bambina cominciò a desiderare la compagnia dei troll, creature deformi senza il dono della parola che vivevano nelle grotte della fredda montagna alle spalle del bosco.

Tutte le volte che Hjørdis tornava a valle, i viandanti che avevano modo di incrociare il suo cammino la trovavano ad accoglierli con un gran sorriso ed occhi luminosi. La graziosa fanciulla si sedeva sull’erba e li ascoltava per ore ed era in grado di aiutarli a risolvere i loro problemi; li ascoltava e li amava così tanto da farli sentire cavalieri. In cambio, ella chiedeva solo un bacio e un giro sul cavallo. E fu così per lungo tempo, fin quando la bambina non divenne una donna.

Un giorno passò di lì un re, che vagava da tempo con il cuore pieno di tristezza per aver perso il suo regno. Le ombre che si allungavano sulla valle suggerirono al nobile signore una sosta per riposare le membra e la mente. Mentre era intento a strigliare il suo cavallo, egli notò una donna che lo osservava dal bosco.

Accortasi di avere attirato l’attenzione del re, Hjørdis si avvicinò chiedendogli di raccontarle le sue imprese: ella amava le storie avventurose dei cavalieri e avrebbe potuto stare lì per ore, con l’orecchio teso e la mente volta a ricreare l’immagine dipinta da quei racconti di guerra, di onore, di uomini. Il re si confidò con lei e la voce di quello che un giorno era stato un uomo di potere, risuonava echeggiando il biasimo nutrito verso quei sudditi che avevano accolto benevolmente l’arrivo dei demoni. Lautamente ricompensati con denaro e cibo, quei miseri uomini avevano consentito al male di occupare le loro anime ed il regno suo tutto. Egli raccontò di come, prima di quell’avvento, avesse reso fertile la terra e gentili le anime dei suoi sudditi e di come essi avessero imparato a vivere in pace rispettandosi l’un l’altro e acquisendo il valore della loro dignità. Raccontò di aver cercato l’amore, di averlo trovato e di averlo perduto. Le disse che il cielo non gli aveva ancora dato l’onore di un figlio cui trasmettere tutto ciò che rende uomo un essere umano e al quale insegnare quanta bellezza c’è nella vita e quanto rispetto merita ogni istante, ogni respiro che da essa promana.

Trascorsero sei giorni ed il re trovava piacevole la compagnia di Hjørdis, la donna lo stava ad ascoltare affascinata e quell’attenzione, quella dedizione, facevano sentire quell’uomo più re di quanto non fosse mai stato. Una notte il cielo diventò di fuoco e tutta la valle venne investita da indescrivibili iridescenze; il re interpretò quel fenomeno come un segno inviatogli dagli dei: aveva finalmente trovato un luogo benedetto e la donna che sarebbe diventata la sua regina. Accortosi che non sapeva ancora nulla di lei le domandò: – Ma dimmi, creatura graziosa, qual è la tua storia e dove hai lasciato la tua famiglia? – Da lontano un folletto gridò: – Non parlare con lei, ha un animo cattivo e ha abbandonato la sua famiglia da tempo – . Fu un attimo, il re lo raggiunse trafiggendolo con la spada, d’ora in avanti nessuno avrebbe dovuto parlar male della sua futura sposa. Trascorsero i mesi e l’amore del re per la sua Hjørdis cresceva in maniera irrefrenabile.

Una notte, una di quelle notti in cui il fuoco accendeva il velo del cielo, le chiese di sposarlo e di dargli un figlio. Solo un breve istante di silenzio e, quasi in un sospiro, ella rispose di si.

Non appena la notizia si diffuse nella valle i folletti abbandonarono il rancore che fino ad allora avevano serbato e promisero di organizzare la più bella festa che la valle di Trollstigen avesse mai conosciuto. Essi credevano che l’amore che pareva aver toccato l’anima di Hjørdis fosse riuscito a restituirla alla luce di un tempo. D’altra parte la donna non andava più sulle montagne, anche se le malvagie creature continuavano a gridarle che prima o poi sarebbe tornata; a quelle urla indecifrabili e sorde, che il re non comprendeva, non conoscendo la lingua di quegli esseri, egli rispondeva brandendo le sue armi e gridando perché scendessero dabbasso ad affrontarlo, certo che li avrebbe uccisi uno dopo l’altro per amore della sua regina.

Trascorsero due settimane e, nonostante le nozze si avvicinassero, gli occhi di Hjørdis diventavano ogni giorno più tristi, litigava con i folletti per qualsiasi banalità; nulla sembrava più essere di suo gradimento, non il cibo che le veniva offerto, né il colore e il profumo dei fiori, perfino il cielo le appariva sempre o troppo cupo o troppo terso. Le tenere creature furono presto portate all’esasperazione tanto che, con rammarico, comunicarono al re che non avrebbero più organizzato alcuna festa, perché la loro bambina era di nuovo cambiata.

Una notte il re trovò la sua regina sul ciglio del fiume, aveva gli occhi spenti ed era completamente nuda. Egli la coprì col suo mantello e stringendola forte al petto le disse: – Se non sei pronta a sposarmi non importa, saprò aspettare il tempo necessario -. Hjørdis si voltò e gli disse che non aveva ancora trovato la soluzione dell’indovinello e che se non l’avesse fatto presto avrebbe perduto tutto l’amore costruito per lui. Il re le chiese quale fosse l’indovinello ma Hjørdis non riusciva a ricordare. L’uomo attese settimane intere chiuso nel dolore di non poterle essere di alcun aiuto, le ripeteva di continuo quanto il suo cuore fosse puro e come la sua profondità d’animo lo avesse colpito sin dal primo istante, ma ella non riusciva a convincersene e non faceva altro che ripetere di non meritare quell’amore, quella comprensione, lei che non era pulita, lei a cui le acque chiare del fiume restituivano solo il riflesso deformato e distorto di ciò che un giorno era stato bellezza.

Da lì a poco riprese a frequentare i Troll delle montagne, di tanto in tanto la si sentiva urlare con loro ed il re piangeva, piangeva disperatamente chiedendo agli dei di rivelargli l’indovinello, perché potesse trovarne la soluzione. Sarebbe stato disposto a viaggiare per mille continenti alla ricerca della risposta purché questa potesse restituire la serenità al suo grande amore.

Una notte di pioggia Hjørdis non fece più rientro dalle montagne, il re la aspettò per 4 mesi chiudendosi in una sofferenza che lo consumò fino a ridurlo in fin di vita, finché un giorno, uguale a tutti gli altri ma profondamente diverso, si destò dal torpore e, armatosi, decise di andare a riprendere la sua regina. Salì per i tortuosi sentieri di Trollstigen alla ricerca del rifugio dei Troll e da lì a poco la scovò in una delle tante grotte sparse per la montagna; l’ingresso della caverna era stato malamente celato da un grosso masso e da rami secchi. L’immagine che si presentò agli occhi di quell’uomo era l’incarnazione della disperazione e della dannazione: colei che conosceva come una regina dal volto angelico non esisteva più, al suo posto c’era una creatura dagli occhi di ghiaccio il cui corpo nudo, talmente magro da sembrare che la pelle si fosse attaccata alle ossa, stava legato con delle catene ad una parete rocciosa. Spinto dal sentimento per la donna che aveva amato e dalla pietà che adesso quella creatura muoveva, egli depose la spada e le si avvicinò. L’amore e la pietà, si sa, impongono rispetto e così, prima di sciogliere quelle catene, il re la pregò di tornare nella loro bellissima casa a fondo valle, come fosse un dono che chiedeva per sé stesso. Le labbra che avrebbero dovuto schiudersi nel sospiro di una pace ritrovata si serrarono invece in una smorfia di sdegno per poi riaprirsi e liberare lo strazio di colei che in quella disperazione trovava la linfa per riempire il vuoto che la divorava da dentro. Era troppo anche per il cuore nobile del re; l’incapacità di comprendere quella scelta e, prima ancora, di comprendere quell’anima, tramutarono la sua dolcezza in rabbia e così, contro quella volontà che si opponeva, egli spezzò le catene con la spada, la prese tra le braccia e la condusse via con sé.

L’esistenza degli uomini scorre sul solco determinato dalla forza del destino, quella volontà trascendente che determina l’essere e il non essere e che si staglia al di là delle coscienze degli uomini, al di là dei loro desideri, dei loro sogni. E così il destino aveva scelto per il nostro eroe un’altra sorte, un sogno più breve o forse solo più tormentato: un troll che tornava dalla sua battuta di caccia lo sorprese alle spalle e senza dargli il tempo di predisporre un’ultima difesa con un sol colpo gli staccò la testa dal collo. Gli occhi di Hjørdis si chiusero in preda ad una disperazione senza nome, il suo re barcollava ma ancora stentava a cadere; come se ancora la testa fosse saldamente ancorata al resto del corpo egli la adagiò con una delicatezza infinita sul terreno della grotta, si voltò verso il Troll, e gli affondò la spada dritta nel cuore, poi si accasciò in terra, morto. Hjørdis lo pianse, lo pianse per un’intera notte.

Al sorgere del sole tornò a valle.

Il tempo riprese a scorrere, i viandanti continuavano a passare da quelle parti e Hjørdis continuava ad offrire loro sorrisi e baci; quel meraviglioso uomo morto divenne presto un ricordo sbiadito, circondato solo da un velo di tristezza.

Altri re e uomini comuni passarono da lì, alcuni rinunciavano al suo amore, perché insicuri ed impotenti, altri furono uccisi dai Troll. Hjørdis in principio li amava , poi li odiava, non c’era re o uomo di cui non si innamorasse perdutamente e che in pochi mesi non mutasse ai suoi occhi in una misera ombra senza valore. Sapeva bene che la ragione di questo suo incostante modo d’amare era nel cuore che aveva perduto, ma non era più interessata a trovare la soluzione del suo indovinello, – sarò così per sempre – ripeteva a sé stessa – questo è il mio destino -.

Un giorno un valoroso guerriero vichingo di nome Harald Hardrad passò da quelle parti. Anch’egli si innamorò perdutamente di Hjørdis e si decise a scovare il Troll malvagio che aveva rubato il cuore della sua donna. Trascorse un anno sulle montagne, interrogò con la tortura i Troll che vivevano da quelle parti fin quando non trovò la creatura che parlava il linguaggio degli uomini. La lotta fu durissima ma il guerriero non conosceva la paura e non temeva la stanchezza. Per diverse settimane inseguì il Troll tra i sentieri e nelle foreste, e tutte le volte che lo raggiungeva scagliava terribili colpi di spada sulla sua dura pelle. Incapace di opporsi ad una tale furia vendicativa, la malvagia creatura si arrese al termine della terza settimana. – Adesso ascolta, vile scherzo della natura, svelami il posto ove hai celato il cuore della mia amata e godrai di una morte veloce ed onorevole.– La risposta del Troll fu sconcertante – Mio signore, – gli disse – il cuore di Hjørdis è sempre rimasto al suo posto, dimmi, come potrebbe un essere vivente continuare a sopravvivere senza il suo cuore? – Allora il guerriero gli chiese dell’indovinello, e il Troll rispose che il suo indovinello non aveva soluzioni, che si era inventato un finto enigma di cui non ricordava più il testo. – Maledetto – disse il guerriero al limite della sopportazione, – che giovamento hai tratto dal tuo inganno, dimmi, quale vigliacco trae diletto dal soggiogare la mente di una bambina?- – Ne ero innamorato – rispose il troll – e lo sono ancora. Quella fanciulla è stata mandata dal cielo, ed anch’io, creatura malvagia, non ho resistito all’incanto delle sue forme. Ella mi ha offerto il suo corpo e ciò che ha creduto essere il suo cuore per la delusione di non aver trovato la risposta al mio enigma. Quando la conobbi, quella bambina si credeva forte, in grado di trovare nella sua mente la soluzione ad ogni problema che, in ragione di questo, non le appariva mai tale. L’impossibilità di risolvere l’indovinello l’ha gettata in un vuoto che ormai dura da anni e che, difficile a credersi, esisteva anche prima, nascosto sotto la falsa illusione di migliaia di problemi facilmente risolti. E adesso che conosci la verità, perdona questo vile essere che cercava solo un po’ d’amore.

Il re comprese allora come la sua dolce amata fosse stata sopraffatta dalla violenza subita in un momento della vita in cui il suo cuore non poteva avere la forza necessaria per accettarla e proteggersi. Rifugiandosi all’interno delle sue stesse viscere, il misero organo fonte di ogni emozione si era così illuso di poter fuggire il dolore. Ma dal dolore non si fugge, è qualcosa che ti penetra nel sangue, nella carne, nelle ossa, è qualcosa che trae alimento dalla tua mente, dalle tue stesse energie, non è in una valle, in una persona, in un luogo, in un torto, per questo non lo si può lasciare da qualche parte facendo finta che sia mai esistito, solo affrontandolo con coraggio, solo mettendoselo di fronte e riconoscendolo come parte di sé stessi, il dolore si può vincere.

Povera piccola – pensò il re – alla sua tenera età, di quali armi poteva mai servirsi per combattere l’ingiustizia subita? –

Messi da parte per un attimo i propri pensieri il guerriero volse lo sguardo al troll, lo fissò con occhi di ghiaccio, e senza alcuna pietà gli conficcò la spada dentro alla gola, e spinse, spinse, fino a quando la punta non riemerse dall’altra parte. Un rivolo di sangue nero cominciò ad inondare la terra, il liquido puzzava come escrementi, ma in quel momento ogni singolo pensiero del guerriero era rivolto alla sua amata che avrebbe presto raggiunto e con la quale avrebbe dovuto confrontarsi.

Le terribili urla della bestia risuonarono per la valle fino a giungere all’orecchio di Hjørdis. La donna, quasi fosse spinta da un istinto primordiale, si spogliò delle candide vesti con cui il re aveva offerto protezione al suo corpo e raggiunse il fiume; lì si lasciò cadere, così, come cade una foglia.

La corrente del fiume trascinò quella fanciulla per lunghi anni, poi la affidò al mare, ed ancora ad un altro corso d’acqua che scorreva su un’isola dove il sole era caldo e splendeva ogni giorno. In quel luogo ebbe la fortuna di essere notata da un contadino che portava le sue bestie al fiume. L’uomo gentile la raccolse dalle acque e le diede un letto caldo e del buon cibo.

Ella si innamorò del suo salvatore e sembrava che il suo cuore fosse tornato nuovamente a parlarle, sussurrandole piano che quel contadino sarebbe stato suo marito e che avrebbero vissuto insieme per tutta la vita. Non c’erano più montagne da cui i Troll avrebbero potuto urlare ed ella non aveva più nulla da temere. Gli anni passarono, il contadino faceva sì che nulla mancasse a quel dono che il fiume gli aveva consegnato tra le braccia, ma Hjørdis continuava a sentire dentro una grande sofferenza, un vuoto che non sembrava avere fine. Cominciò a credere che la causa di tutto fosse ancora quel maledetto indovinello, anche se cominciava a domandarsi che utilità potesse portare il conoscerne la soluzione; il vuoto assoluto che aveva nell’anima non avrebbe mai conosciuto riposo, la vita le aveva già offerto sufficienti occasioni per riempirlo, evidentemente ella non era in grado di farlo.

Dopo due anni fuggì dalle campagne dell’isola lasciando il contadino a piangere un grande ed insensato dolore.

Da allora di lei non si seppe più nulla, alcuni raccontano di averla vista aggirarsi tra le montagne di TrollStigen alla ricerca del Troll che le aveva preso il cuore, altri dicono che sia diventata una strega incantatrice votata alla distruzione di tutte le anime che incrociano la sua strada. Chi la canta, invece, la ricorda come una regina triste dallo sguardo intenso e l’anima limpida, alla continua ricerca di un cuore che ha sempre avuto nel petto e della soluzione inesistente di un finto enigma.

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