• ❤ Sarah ❤

  • “Dite: E’ faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Janusz Korczack
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  • «Limitarsi a vivere non è abbastanza. C’è bisogno anche del sole, della libertà e di un piccolo fiore.» (Hans Christian Andersen)
  • L'uomo ha bisogno delle favole. Il fascino dei racconti fantastici che lo seduce in millenni, ha il potere di riportarlo alla normalità.... camminando a braccetto con Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco, può ritrovare l'identità' perduta e capire meglio la realtà della vita" R. Battaglia
  • Senza la fantasia, senza la capacità di sognare, senza la poesia, siamo solo degli uomini. Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare o perlomeno sollevarci da terra quel tanto che basta per sentirci qualcosa di più.

  • Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Talmud ebraico
  • Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. A. Baricco
  • I bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare. Francoise Dolto

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Tuo figlio detta legge?

Oggi i bambini sono diventati così potenti da influenzare le scelte degli adulti sull’acquisto di computer, televisori, automobili, cibo e sulla visione dei programmi televisivi. All’interno delle mure domestiche le grida e i capricci dei bambini rendono impotenti anche i più genitori pazienti. Padre e madre sono diventati arrendevoli davanti ai loro figli per colpa dei loro complessi di colpa, per non dover discutere continuamente con loro o solo per comodità. La figura del padre all’interno della famiglia è sempre più debole, assomiglia molto più a quella del fratello maggiore o di un compagno di giochi. La madre spesso, sempre più divisa tra famiglia e lavoro, cerca di sopperire alle proprie assenze con atteggiamenti severi conditi da concessione che a volte contrastano con il programma educativo scelto. Se tuo figlio insiste nell’assumere atteggiamenti autoritari e poco adatti alla sua età devi trovare il modo di ridargli il suo giusto ruolo e spazio all’interno della famiglia. Il bambino ha bisogno di regole per attivare volontà e coscienza, queste regole lo obbligano a creare dentro di sé una struttura che vince l’istinto di vivere la vita senza freni. Queste linee guida diventeranno poi delle abitudini che lo faranno sentire sereno; il loro ricordo lo accompagnerà per tutta la vita e sarà lo stampo con il quale imposterà la sua futura famiglia e il rapporto con il proprio partner. Le regole da impartire devono essere rapportate all’età del bambino e non devono rispecchiare le stesse norme che ci sono state impartite durante l’infanzia. Quando date un divieto a vostro figlio spiegategli sempre il motivo e precisategli che siete voi a volere tale regola perché lo ritenete giusto e soprattutto mostrategli voi per primi, con l’esempio, qual è il comportamento giusto da adottare. Quando l’esempio e le spiegazioni non bastano più e diventano un ulteriore motivo per fare di testa propria, è il momento di imporre al bambino la propria volontà dicendogli solamente di fare ciò che gli avete chiesto.

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C’era una volta… numero 13

Eccoci a venerdì, una nuova favola da leggere tutti insieme, ancora una volta dei fratelli Grimm, vi accompegnerà nel prossimo articolo: Il principe ranocchio! Immagino che leggendo il nome vi verrà in mente quasi immediatamente il recente cartone della Walt Disney “La principessa ed il ranocchio”; non vorrei deludervi ma sono due storie diverse… Come sempre Buona Lettura! La mia Tata

ranocchio!

Il principe ranocchio

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito. Ora avvenne un giorno che la palla d’oro della principessa non ricadde nella manina ch’essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d’occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: – Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi. Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme. Ah, sei tu, vecchio sciaguattone! – disse, – piango per la mia palla d’oro, che m’è caduta nella fonte. – Chétati e non piangere, – rispose il ranocchio, – ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco? – Quello che vuoi, caro ranocchio, – diss’ella, – i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d’oro. Il ranocchio rispose: – Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d’oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d’oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d’oro. – Ah sì, – diss’ella, – ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla. Ma pensava: « Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell’acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana! » Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott’acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull’erba. La principessa, piena di gioia aI vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. – Aspetta, aspetta! – gridò il ranocchio: – prendimi con te, io non posso correre come fai tu. Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l’ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte. Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d’oro – plitsch platsch, plitsch platsch – qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: – Figlia di re, piccina, aprimi! Ella corse a vedere chi c’era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: – Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c’è forse un gigante che vuol rapirti? – Ah no, – rispose ella, – non è un gigante, ma un brutto ranocchio. – Che cosa vuole da te? – Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d’oro cadde nell’acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l’ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell’acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me. Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare: – Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m’hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi! Allora il re disse: – Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va’ dunque, e apri -. Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia.  Lì si fermò e gridò: – Sollevami fino a te. La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: – Adesso avvicinami il tuo piattino d’oro, perché mangiamo insieme. La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia.  Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: – Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire. La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: – Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno. Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: – Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre. Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: – Adesso starai zitto, brutto ranocchio! Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all’infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono. La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d’oro; e dietro c’era il servo del giovane re, il fedele Enrico.  Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall’angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto.  Allora si volse e gridò:- Rico, qui va in pezzi il cocchio! – No, padrone, non è il cocchio, bensì un cerchio del mio cuore, ch’era immerso in gran dolore, quando dentro alla fontana tramutato foste in rana. Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.